L’Italia si trova in coda in Europa nell’uso dell’intelligenza artificiale (Ia) tra gli adolescenti, un dato che solleva preoccupazioni per il potenziale impatto sociale. Tuttavia, il dibattito si concentra su un tema più ampio: la sfida per il monopolio sull’Ia, con il coinvolgimento di figure chiave come Dario Amodei, Sam Altman e Elon Musk. Questi attori, pur lanciando allarmi apocalittici, sembrano mirare a un’alleanza tra grandi aziende tecnologiche e regolatori, con l’obiettivo di stabilire un controllo su un settore in rapida evoluzione.
La proposta di rallentamento esplorativo avanzata da Amodei non è una vera frenata, ma una strategia per sincronizzare i sistemi di sicurezza con la velocità della ricerca. L’obiettivo è far sì che le aziende, con i loro sistemi interni e i regolatori esterni, possano rimanere al passo con l’innovazione. Questo approccio, sebbene apparentemente moderato, mira a posizionare le grandi aziende come leader etici e responsabili, in contrasto con i loro concorrenti, soprattutto quelli cinesi, che non sembrano adottare misure simili.
La frenata suggerita da Amodei non è una vera frenata, ma una pausa apparente che sarà seguita da un’accelerazione. Secondo Tyler Cowen, economista che collabora con Anthropic, la proposta non è una vera frenata, ma una momentanea, apparente pausa che sarà seguita da una successiva accelerazione. Questo scenario suggerisce che le grandi aziende non intendono fermarsi, ma si limitano a mostrare una forma di responsabilità, pur mantenendo il controllo sulle innovazioni più avanzate.
La scuola antitrust ha visto un breve momento di consenso bipartisan sull’esigenza di frenare il potere dei giganti della Silicon Valley, ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, questa visione è tornata a essere un tema accademico. Lina Khan, ex capo della Commissione federale per il commercio, ha sottolineato che esistono già strumenti legali per accusare aziende di prodotti pericolosi, e che le discussioni su nuovi regimi legali non devono distrarre dall’applicazione delle leggi esistenti.
Le leggi esistenti sono sufficienti per regolamentare l’Ia, ma non vengono applicate in modo efficace. Lina Khan ha ricordato che esistono già gli strumenti legali e le autorità adeguate per «accusare le aziende e i loro vertici per la creazione di prodotti pericolosi, non controllati o difettosi» e occorre non lasciarsi distrarre dalle «discussioni su nuovi regimi legali», come quella di Amodei. Insomma, le leggi ci sono e vanno applicate, le discussioni su riforme del sistema ci portano altrove, tendenzialmente in luoghi graditi agli amministratori delle aziende che le propongono.
Anthropic ha investito moltissimo in questi anni per raggiungere uno status che non si può ottenere soltanto con il denaro, quello dell’azienda che ha una coscienza, che si dà dei limiti, che è acutamente consapevole dei disastri che può fare, che assume centinaia di filosofi per ragionare su argini morali e rischi esistenziali, l’azienda che ha il coraggio di opporsi al Pentagono quando usa i suoi modelli per fare armi autonome dalle capacità distruttive inaudite e che lavora con il Vaticano per ottenere il sigillo dell’azienda retta e saggia. Il dibattito sull’Ia non si limita alle aziende, ma coinvolge anche i governi e i regolatori. Il presidente Trump, su un suo social, ha sottolineato l’importanza del vantaggio tecnologico degli Stati Uniti, ma ha anche messo in chiaro che il business è la priorità. Questo contrasto tra responsabilità e profitto rappresenta una delle sfide principali del dibattito sull’Ia.
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