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mercoledì 16 Settembre 2026

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Golden Years: «La nostra generazione ha sempre visto il futuro come un disastro»

Golden Years parla del futuro, della musica e del ruolo del produttore in Italia.

Un produttore che si fa sentire

Golden Years, nome d’arte del produttore romano Pietro Paroletti, ha sempre visto la musica come un’ossessione. Da bambino, grazie al padre appassionato, ha iniziato a immergersi in essa, finché, a fine liceo, ha deciso di diventare produttore. «Volevo stare dentro la musica senza portare il fardello creativo dell’artista che sta sul palco», spiega. Il suo lavoro si basa sull’understatement, ma anche lui è un artista, e si è fatto avanti, firmando quattro uscite con il nome sulle copertine. Tra queste, un mixtape, un EP e una sorta di opera in due parti. Il produttore, assolutamente, è il lavoro più bello del mondo. Questa frase, detta da Golden Years, sintetizza l’identità di un uomo che ha scelto di non essere solo un supporto, ma un creatore in sé. L’esperienza di lavoro con artisti come Franco126, Psicologi, Giorgio Poi, Nayt, Mahmood e Elodie ha confermato questa visione. «Funziona quando il produttore si ricorda di non essere l’artista», dice, ma poi si è ricordato che anche lui è un artista.

Roma, caos pigro e tempo per fare le cose bene

La città in cui si registra un album finisce per influenzarne la sonorità. Roma, per Golden Years, è «un caos pigro», con «la sua rilassatezza, la lentezza, fa bene alle canzoni, perché ti permette di avere il tempo per fare le cose bene». Lontano dalla pressione dell’industria discografica che si avverte a Milano, la scena romana è un ambiente in cui si può esprimere senza fretta. «Aiuta il fatto che stiamo tutti a Roma», dice, «ci capita spesso di vedersi nel mio studio alle quattro del pomeriggio, non combinare nulla e poi andare a cena». Questo è un aspetto che distingue la produzione romana da quella milanese, dove le sessioni sono organizzate con una pressione costante.

La musica scadente è quella che viene pensata e incisa solo per fare soldi. Golden Years critica un certo tipo di produzione che si concentra solo su risultati immediati, come classifiche o vincite. «È lì che si inquina il processo», afferma. Per lui, la musica deve essere un’esperienza, non un prodotto commerciale.

Un’arte che si rifugia nel passato

La generazione a cui appartiene Golden Years ha sempre visto il futuro come un disastro. «La nostra è una generazione a cui è stato raccontato da subito, già i professori a scuola, che il futuro era un disastro», dice. Questo ha portato a un rifugio nel presente e nel passato. «Il pessimismo è diventato endemico», afferma, e questa visione si riflette anche nel cantautorato contemporaneo. «Forse mancano temi più ampi: oggi in tutta l’arte predomina l’autobiografia», osserva. «Sembra quasi che se non parli di una cosa che ti è successa non sei credibile». Tuttavia, non manca la nostalgia, a volte troppa, che si spiega con un’esperienza di vita che ha visto il futuro come un’incognita.

Un’esperienza di musica e di vita

Golden Years ha anche collaborato a un album del 2025, *La prima*, in cui ha lasciato l’onere di cantare e scrivere i testi a quindici artisti, tra cui Calcutta, Coez, Ariete e Fulminacci. L’album, *Fuori Menù*, è una foto del miglior pop italiano contemporaneo. La seconda parte, *Frutta e verdura*, è un EP che si distingue per la sua eleganza e per la sua distanza dall’attualità. «È contemporaneo nel suo essere fuori dall’attualità», dice. La sonorità richiama i due Pieri, Umiliani e Piccioni, che mescolavano jazz, bossa nova e sintetizzatori. «E Morricone… sono un cultore delle colonne sonore italiane di quel periodo», afferma. Per lui, il suono che si sospende nel tempo è un gusto che non ha mai smesso di apprezzare.

La musica è un esercizio, non solo per gli artisti. Golden Years, con la sua visione del produttore e del cantautorato, rappresenta una generazione che ha visto il futuro come un disastro, ma che cerca comunque di trovare un senso nella musica, nella vita e nell’arte.

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