L’Iran ha intensificato la repressione contro dissidenti, giornalisti e figure pubbliche, confiscando i beni di 240 individui e congelando 182 conti correnti bancari, secondo l’agenzia di stampa Mizan, legata alla magistratura. L’azione si svolge in un contesto di tensioni crescenti, con almeno 532 persone giustiziate da gennaio, tra cui 29 legate alle proteste. La magistratura ha inoltre presentato oltre duemila richieste alla Banca centrale dell’Iran per il blocco di conti correnti degli imputati, avvertendo di ulteriori confische e procedimenti.
La repressione è stata accompagnata da un’ondata di arresti, con oltre seimila persone fermate in seguito alle proteste di gennaio. Il capo della polizia, Ahmadreza Radan, ha dichiarato che le forze di sicurezza hanno impedito che la celebrazione del Chaharshanbe Suri, la festa del fuoco persiana, fosse sfruttata per innescare nuove tensioni. “Uno dei piani più ampi del nemico era di utilizzare l’ultimo mercoledì dell’anno per creare uno scenario simile agli incidenti di gennaio, ma ciò non è accaduto”, ha aggiunto Radan.
Le confische riguardano non solo dissidenti, ma anche giornalisti che lavorano per emittenti di opposizione in lingua persiana, come Iran International e Manoto, nonché attivisti e personaggi pubblici che vivono all’estero. Tra i casi più noti, è stato confiscato il patrimonio di Sadegh Saeedi-nia, descritto dai media iraniani come un imprenditore, che ha ricevuto una condanna detentiva in un procedimento di grande rilevanza. Le persone colpite sono accusate di “attività o azioni di propaganda contro il Paese e a favore di governi ostili”, secondo Mizan.
La magistratura ha inoltre arrestato tre membri dei Mojahedin-e Khalq (Mek), organizzazione di opposizione in esilio, in un’operazione compiuta la notte precedente. Radan ha affermato che i membri del Mek hanno avuto un ruolo nel “colpo di Stato” che le autorità iraniane descrivono come le proteste organizzate tra dicembre e gennaio. L’organizzazione Mek mira a rovesciare il regime di Teheran e ha un’importante presenza all’estero.
Secondo un gruppo di monitoraggio con sede in Norvegia, l’Iran ha giustiziato almeno 532 persone da gennaio, tra cui almeno 29 in relazione alle proteste. Il ritmo delle esecuzioni è aumentato dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, a fine febbraio. Il defunto ayatollah Ali Khamenei, ucciso in un attacco statunitense alla sua residenza all’inizio della guerra, era stato tra coloro che avevano descritto pubblicamente le proteste come un tentativo di colpo di Stato. Radan ha dichiarato che le forze di sicurezza non dimenticheranno i rivoltosi e i golpisti, e continueranno a monitorarli e ad agire contro di loro. L’azione di repressione si svolge in un contesto di crescente tensione internazionale, con scontri USA-Iran in aumento e un aumento del prezzo del petrolio. L’Iran continua a mantenere un controllo stretto sulle proteste e sulle attività di opposizione, con misure punitive severe e una politica di repressione sistematica.
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