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giovedì 17 Settembre 2026

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Salute

Caregiver, l’entrapment e il rischio suicidario: il 42% ha pensato al suicidio

Il 42% dei caregiver ha pensato al suicidio, un dato emerso da uno studio su Archives of Suicide Research. L’entrapment e il carico di assistenza cronico mettono a rischio la salute mentale.

Quasi otto milioni di persone in Italia assistono volontariamente un familiare o una persona cara con disabilità o non autosufficiente. Tra di loro, il 42% ha pensato al suicidio, un dato emerso da uno studio pubblicato su Archives of Suicide Research. La ricerca ha analizzato il rischio suicidario tra i genitori caregiver, evidenziando una condizione di sofferenza psicologica che si accompagna al carico di assistenza cronico e inevitabile. L’entrapment, una condizione psicologica in cui la persona si sente intrappolata in una situazione dolorosa senza possibilità di fuga, emerge come un fattore chiave nel rischio suicidario.

Entrapment: una condizione psicologica in cui si percepisce l’impossibilità di fuga

L’entrapment, descritto come la percezione di trovarsi in una situazione dalla quale non si riesce a immaginare una via d’uscita, è stato identificato come uno dei principali fattori associati ai pensieri suicidari tra i caregiver. Nella ricerca, quattro variabili sono rimaste significativamente correlate all’esito: sintomi depressivi, precedenti problemi di salute mentale, strategie di coping disfunzionali e l’entrapment stesso. La condizione non si limita all’essere esausti o sopraffatti, ma rappresenta una sensazione di impotenza e disperazione, che può portare a pensieri di autolesionismo.

La ricerca ha analizzato 22 variabili, tra cui reddito, sostegno sociale, depressione, ansia, burnout e caratteristiche dell’attività di cura. I ricercatori hanno sottolineato che l’entrapment è particolarmente rilevante per comprendere la condizione dei caregiver, in cui il carico di assistenza è percepito come cronico e inevitabile. Proprio qui il problema smette di riguardare soltanto la capacità individuale di reggere la fatica e chiama in causa anche ciò che esiste o manca intorno alla persona: sostegno familiare, servizi, possibilità di condividere l’assistenza, risorse economiche e prospettive per il futuro.

Il disegno di legge e le tutele per i caregiver

Non esiste ancora una disciplina nazionale organica che riconosca tutele alla persona in quanto caregiver familiare. Gli strumenti disponibili dipendono soprattutto dalla condizione della persona assistita o da quella lavorativa di chi presta le cure. Il disegno di legge ora all’esame del Parlamento punta a introdurre un riconoscimento nazionale del caregiver e nuove tutele, comprese misure dedicate al benessere psicofisico e, dal 2027, un sostegno economico. Tuttavia, alcune organizzazioni hanno criticato la scelta di misurare il lavoro di cura attraverso soglie orarie rigide e di concentrare alcune tutele solo su determinate categorie.

La scadenza per l’attivazione della piattaforma Inps, prevista per il 30 settembre, rappresenta un passo importante per il riconoscimento formale del caregiver familiare. La registrazione attraverso questa procedura è destinata a diventare il punto di accesso alle tutele previste dalla legge e, per alcune categorie, anche al contributo economico che dovrebbe maturare già dall’ultimo trimestre del 2026 ed essere erogato dal 2027. Il nodo di tempi e tutele rimane un problema da risolvere nel prossimo futuro. La condizione dei caregiver in Italia è segnata da una mancanza di supporto strutturato e da una pressione psicologica elevata. Il 42% dei caregiver ha pensato al suicidio, un dato che mette in luce l’urgenza di interventi mirati e di una politica pubblica che riconosca non solo il loro lavoro, ma anche la loro salute mentale. L’entrapment, come condizione psicologica, rappresenta un segnale chiave per comprendere il rischio che corre questa categoria di persone.

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