La raccolta del dattero Medjool in Palestina si scontra con un contesto di violenze, ostacoli e sfollamenti forzati, che mettono a dura prova la filiera agricola. Il periodo di raccolta, cruciale per la qualità e la commercializzazione del prodotto, è stato compromesso da checkpoint militari, strade bloccate e violenze dei coloni, come riferisce la campagna “La corsa per salvare il Medjool dalle violenze dei coloni” promossa da Altromercato. La situazione, aggravata da carenze d’acqua e macchinari obsoleti, ha reso necessario un intervento internazionale per salvaguardare il raccolto e garantire l’esportazione in vista delle festività natalizie.
«Ogni ritardo può compromettere qualità, prezzo e possibilità di esportazione soprattutto in vista dell’alta domanda nel periodo pre-natalizio», spiega Mohammed Hmidat di Al Reef, il braccio commerciale della Parc (Palestinian agricultural relief committees). Il Medjool, considerato un prodotto di alta qualità, ha un grande valore commerciale, soprattutto durante i mesi sacri come il Ramadan, quando è un alimento centrale nella dieta durante il digiuno. Tuttavia, per mantenere questa qualità, il dattero deve essere raccolto al momento giusto e consegnato rapidamente ai centri di lavorazione.
Per difendere gli agricoltori palestinesi, da anni Ong attive sul territorio offrono supporto fisico e logistico, proteggendo i produttori dagli attacchi. Tuttavia, non sempre basta. Per questo motivo, in Italia Altromercato e la sua fondazione hanno lanciato la campagna “Datteri dalla Palestina: Energia per resistere”, per sostenere la Moon Valley Date Factory di Gerico, centro di lavorazione gestito da Al Reef in collaborazione con Parc. L’intervento punta alla realizzazione dell’area per il trattamento termico e la refrigerazione post-raccolta, nonché all’utilizzo di un impianto fotovoltaico per migliorare l’efficienza e la sostenibilità.
La campagna, attiva dal 14 al 19 settembre, mira a rafforzare il sistema di trattamento e conservazione del dattero Medjool, tutelando il prodotto e il lavoro agricolo. «Per noi il commercio equo è anche questo: non limitarsi ad acquistare un prodotto quando arriva sugli scaffali, ma stare dentro le filiere quando sono sotto pressione, proteggere il valore del lavoro agricolo e tenere aperto un canale economico giusto tra produttori palestinesi e cittadini italiani», racconta Beatrice De Blasi di Fondazione Altromercato.
La situazione in Palestina, in particolare nella Valle del Giordano, è diventata sempre più critica a causa dell’aumento delle violenze e delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane. Secondo le rilevazioni dell’ONU, il numero di attacchi di coloni israeliani è cresciuto in modo significativo, con media di 23 episodi al mese nel 2026, rispetto ai 2 del 2020. Questi episodi hanno causato danni materiali e vittime, con conseguenze dirette sulle infrastrutture agricole e sull’accesso alle risorse. La guerra a Gaza e l’aumento delle violenze in Cisgiordania hanno aggravato l’intera filiera, con impatti su costi, logistica e possibilità di vendita.
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