Fulvio Abbate, scrittore e giornalista, ha ripercorso la sua esperienza alle elementari, mettendola a confronto con una classe visitata quasi trent’anni dopo. Il ricordo di una scuola autoritaria, con metodi che oggi sembrano incompatibili, emerge chiaramente nel suo racconto. “Il mio maestro aveva una bacchetta”, ha detto, ricordando un’epoca in cui la disciplina passava attraverso la paura e la punizione fisica. La distanza tra insegnante e alunno era netta, e l’autorità del docente aveva forme che oggi non si riconoscerebbero.
Abbate colloca i suoi anni delle elementari nei primi anni Sessanta, un periodo in cui la scuola conservava i tratti di un’educazione ancora fortemente autoritaria. “Le mie classi elementari erano una scuola che ancora sapeva di fascismo”, ha raccontato, aggiungendo un dettaglio che restituisce il clima di allora: il maestro aveva una bacchetta con la quale picchiava i suoi scolari, e le aveva anche dato un nome: Bettina. Non è un episodio isolato, ma il segno di un modello educativo in cui la disciplina si esprimeva attraverso la paura. La scuola di allora aveva forme di autorità incompatibili con l’odierna relazione educativa. Abbate ha sottolineato come la distanza tra insegnante e alunno fosse netta e l’autorità del docente potesse assumere forme che oggi sarebbero inaccettabili. Il ricordo di un’epoca in cui la paura era parte integrante dell’educazione rimane impresso nella sua memoria.
Intorno alla metà degli anni Novanta, Abbate entra in una quinta elementare di Ostia per parlare di Pier Paolo Pasolini. È lì che osserva qualcosa di completamente diverso. “Sono rimasto quasi commosso”, racconta, ricordando il modo in cui le insegnanti si rivolgevano ai bambini. Le definisce “accudenti e garbate”, attente alla relazione e al modo di stare in classe. Il contrasto con la propria esperienza infantile è immediato. “Quella cosa per me è stata quasi un riscatto”, spiega Abbate, ripensando al maestro delle elementari e alla bacchetta con cui puniva gli alunni.
Abbate attribuisce parte di questo cambiamento all’evoluzione della cultura pedagogica e degli strumenti di valutazione. “Nel tempo sono entrati oggettivamente altri strumenti nella percezione del corpo docente”, osserva, richiamando anche il tema della valutazione e la figura della madre, insegnante di lingua e letteratura francese. “Mia madre, per esempio, era contro i voti”, ricorda. La scuola ha cambiato volto, ma non ha abbandonato l’autorevolezza del docente.
La scuola moderna non ha eliminato l’autorevolezza del docente. Nonostante il superamento della scuola autoritaria, Abbate riconosce anche le difficoltà di chi insegna oggi, soprattutto davanti a studenti poco motivati o scarsamente interessati. “Spessissimo gli studenti hanno un disinteresse totale rispetto all’oggetto che dovrebbero avvicinare”, osserva. E aggiunge: “Gli insegnanti spesso sono inascoltati”. Per questo, il superamento della scuola autoritaria non coincide con la scomparsa dell’autorevolezza del docente. Il giudizio che formula oggi è netto, ma nasce da una memoria personale: “Ripensandoci, quella scuola aveva ancora qualcosa di profondamente autoritario”, conclude Abbate. Il confronto tra due epoche, una in cui la paura era parte integrante dell’educazione e una in cui la relazione diventa centrale, rappresenta un passo avanti, ma non un completo abbandono delle radici.
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