La guerra ibrida si insinua nell’informazione, in un contesto in cui la democrazia è minata da agenti stranieri, frodi digitali e operazioni di manipolazione. A Cagliari, durante il Festival della sicurezza, esperti, istituzioni e imprese hanno analizzato i ritardi italiani nel contrasto a questa forma di conflitto, che si svolge spesso in modo invisibile e non riconosciuto. La guerra ibrida non ha un volto solo, ma si manifesta attraverso attacchi informatici, sabotaggi, disinformazione e operazioni di pressione su sistemi finanziari e di controllo. La domanda cruciale per l’Italia è se sia preparata a riconoscerla e rispondere.
Agenti stranieri e il vuoto normativo
Un vuoto normativo si profila chiaramente nel campo degli agenti stranieri, figure attive nel giornalismo, nella finanza e nell’associazionismo, finanziate da Paesi terzi. Questi soggetti, pur non essendo classiche spie, operano in modo intoccabile perché manca un reato per cui giudicarli. Paolo Messa, non resident senior fellow dell’Atlantic Council, ha ricordato che la guerra ibrida ricorre da anni nelle relazioni del Dis al Parlamento, ma l’Italia non è riuscita a tradurre le analisi in reazioni concrete. Il problema non è la conoscenza della minaccia, ma la sua percezione.
Il caso del Sudan, dove alcuni analisti olandesi hanno ipotizzato che video virali su Rsf siano stati spinti da attori ostili agli Emirati, mostra come l’algoritmo possa orientare anche le redazioni che ne seguono i trend. Per questo, Claudio Antonelli del Sole 24 Ore ha chiesto di ripensare il business model digitale e di rivedere il divieto per il 28° reggimento “Pavia”, specializzato in operazioni psicologiche, di operare nei Paesi NATO.
La sfida della velocità e della reazione
La velocità è un fattore cruciale, soprattutto perché la criminalità organizzata ha già capito dove conviene investire. I clan campani e pugliesi riciclano in cryptoasset e gestiscono frodi su larga scala, con conseguenze economiche significative. Ivano Gabrielli, direttore del Servizio polizia postale e per la sicurezza cibernetica, ha spiegato che un business email compromise ha fruttato 2,5 milioni di euro, più del record di una rapina a un portavalori. Per il Bec è bastato “un ragazzo in grado di entrare all’interno dei sistemi di posta elettronica”.
La risposta deve essere rapida e coordinata, superando la logica del comitato in favore di risposte più immediate. La capillarità territoriale italiana è un vantaggio, ma le attività sotto copertura si fermano ai confini nazionali, mentre gli attacchi arrivano dall’estero. Per questo, l’Italia deve rivedere i propri strumenti e adottare una strategia più proattiva, non solo per proteggere i dati, ma anche per preservare la democrazia. Secondo il generale Antonio De Vita, responsabile della security di Intesa Sanpaolo, il settore bancario è il più esposto a queste minacce, che vanno dal furto di dati a frodi potenziate dall’intelligenza artificiale. La sicurezza non è più un costo, ma un abilitatore strategico del business, e un blocco dei bancomat potrebbe diventare un tema di sicurezza nazionale. La guerra ibrida non ha un volto solo e resta invisibile finché un sistema non smette di funzionare.



