Il 19 settembre 1991, due turisti tedeschi, Erika e Helmut Simon, smarriti durante un’escursione nella Val Senales, hanno scoperto un corpo umano emergente dal ghiaccio. L’uomo, conosciuto come Ötzi, è diventato un simbolo della preistoria e un oggetto di studio scientifico senza precedenti. Oggi, 5300+35 anni dopo la sua morte, la mummia del Similaun continua a suscitare interesse e mistero, grazie a nuove scoperte e ricerche che rivelano dettagli inaspettati sulla sua vita e la sua fine.
La morte non fu solo per ipotermia
Per decenni si credeva che Ötzi fosse morto per ipotermia, forse a causa di un incidente o di una tempesta in alta montagna. Tuttavia, nel 2001, durante un riesame radiologico, è stata scoperta una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra. Questo ha cambiato radicalmente la prospettiva sulla sua morte, trasformando la mummia in un caso di omicidio. “Prima era una mummia dell’Età del rame, adesso era anche un omicidio su un ghiacciaio”, spiega la direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige, Elisabeth Vallazza. La freccia avrebbe lesionato un importante vaso sanguigno, causando un dissanguamento che avrebbe portato alla morte in pochi minuti. Tuttavia, uno studio pubblicato nel novembre 2025 ha messo in dubbio l’ipotesi di una morte immediata. Gli esperti ritengono che Ötzi potesse aver sopravvissuto per ore, in base a una nuova ricostruzione fisiologica della ferita. La morte è quindi attribuibile alla ferita causata dal colpo di freccia, in combinazione con le condizioni ambientali estreme, l’altitudine e lo sforzo fisico.
La posizione del corpo suggerisce un’interazione con l’aggressore.
Una posizione misteriosa e una ricostruzione inesatta
La posizione in cui è stato trovato Ötzi, disteso a pancia in giù su una roccia, con il braccio in una posizione insolita e una mano bloccata sotto una lastra di pietra, ha suscitato numerose ipotesi. Inizialmente si pensava che il movimento del ghiacciaio avesse deformato il corpo o che Ötzi avesse piegato il braccio per estrarre la freccia da solo. Tuttavia, queste ipotesi sono state messe in discussione, soprattutto perché Ötzi probabilmente non avrebbe potuto raggiungere fisicamente la ferita dietro la spalla da solo.
Gli esperti dell’Istituto Eurac Research ritengono che l’uomo non potesse essersi messo autonomamente nella posizione in cui è stato trovato. “A causa della neve e del ghiaccio si è esercitata una certa pressione sul corpo e il braccio potrebbe essere stato spinto in questa posizione quasi orizzontale. Un’altra possibile spiegazione sarebbe che sia caduto sulla schiena e che poi sia stato girato, forse anche dall’aggressore, e che quest’ultimo abbia estratto la freccia dalla schiena”, spiega Zink.
Le analisi genetiche hanno rivoluzionato la ricostruzione del volto.
La famosa immagine della ricostruzione del volto di Ötzi, che ha attratto milioni di visitatori ogni anno, è stata recentemente messa in discussione. Gli esperti del Museo Archeologico dell’Alto Adige, come Luca Guadagnini, hanno sottolineato che la ricostruzione potrebbe essere inaccurata. Recenti analisi genetiche hanno rivelato una forte componente di ascendenza legata ai primi agricoltori anatolici, portando a una revisione delle precedenti ricostruzioni del suo aspetto. Ötzi aveva probabilmente una carnagione più scura di quella rappresentata nelle ricostruzioni precedenti e una predisposizione genetica alla calvizie androgenetica. Il suo genoma mostrava inoltre predisposizioni genetiche associate a patologie metaboliche come il diabete e l’obesità, ma non ci sono indicazioni che fosse effettivamente affetto da queste malattie. L’unico caso in cui è stata individuata una chiara corrispondenza tra una predisposizione genetica e una patologia osservata è l’arteriosclerosi. Ötzi presentava infatti calcificazioni nei vasi sanguigni, anche nella zona addominale e nel cuore.
La ricerca continua, con un focus particolare sulla conservazione della mummia e sullo studio del suo microbioma. “Cerchiamo di capire quale comunità di batteri e microrganismi si sia formata e abbia vissuto nel suo corpo e sul suo corpo”, spiega Frank Maixner, direttore dell’Istituto per lo Studio delle Mummie di Eurac Research. Lo studio del microbioma potrebbe contribuire a comprendere meglio la salute e le malattie dell’uomo del passato, ma anche a individuare i microrganismi ancora vitali che potrebbero avere un ruolo nella conservazione della mummia e quindi permettere di adattare le strategie di conservazione.



