La segregazione scolastica in Italia è in parte determinata dal fenomeno del “white flight”, la fuga delle famiglie italiane dalle scuole di quartiere, come ha sottolineato il sociologo Costanzo Ranci del Politecnico di Milano. Secondo Ranci, la mobilità degli italiani è un fattore chiave nella segregazione scolastica, che si traduce in una distribuzione non equilibrata degli studenti tra le istituzioni. A Milano, il 56% dei bambini italiani delle elementari e il 57% delle medie frequenta una scuola diversa da quella del proprio bacino di residenza, un dato che conferma l’ampia diffusione del fenomeno.
Le scelte delle famiglie e il ruolo delle scuole private
Le famiglie italiane spesso decidono di iscrivere i figli in scuole lontane da casa, motivazioni che vanno da motivazioni educative a quelle sociali e economiche. A Milano, il 46% dei trasferimenti sceglie istituti privati, il 54% altre scuole pubbliche. Le paritarie, in particolare, presentano una composizione pressoché totalmente italiana, con una quota di bambini iscritti alle private che arriva al 50% in alcune zone centrali. Questo fenomeno, spiega Ranci, non solo non contribuisce a una maggiore integrazione, ma rischia di formare le future élite in contesti sociali molto diversi da quelli in cui vivranno.
La segregazione scolastica ha effetti profondi, non solo sulle opportunità educative, ma anche sul mercato del lavoro. Un nuovo studio del Politecnico di Milano su oltre 10mila studenti delle scuole medie milanesi mostra che la costruzione di scuole segregate riduce l’accesso ai licei e favorisce l’orientamento verso istituti tecnici o professionali. A parità di condizioni individuali, chi frequenta scuole con maggiore concentrazione di svantaggio ha meno probabilità di scegliere il liceo e maggiori probabilità di orientarsi verso istituti tecnici o professionali.
Il ruolo della scuola pubblica e le sfide future
La scuola pubblica, inoltre, è vista come un’istituzione cruciale per l’integrazione sociale. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che la scuola è un mezzo per abituare alla convivenza, al confronto e al rispetto. La segregazione, però, non solo riflette disuguaglianze, ma può anche contribuire a riprodurle. Per Ranci, la soluzione ideale sarebbe rendere più attrattive le scuole oggi evitate, ma serve anche una regia territoriale che distribuisca in modo equilibrato le situazioni difficili.
Il fenomeno del “white flight” non si limita a Milano, ma riguarda soprattutto le grandi città del Nord, con meccanismi analoghi a Bologna, Reggio Emilia e Prato. Anche lì, la metà degli studenti delle medie non frequenta la scuola del proprio bacino, e la segregazione scolastica è maggiore di quella residenziale. Il tetto annunciato da Giorgia Meloni per limitare la presenza di studenti stranieri nelle classi dovrebbe contrastare questa situazione, ma il problema non nasce nelle scuole, ma nella società. Per Ranci, quindi, non si può pretendere che una scuola da sola sia in grado di rispondere.
La sfida è complessa e richiede una comprensione approfondita delle cause che producono la segregazione scolastica. Il rischio è concentrarsi sull’effetto – troppi stranieri in alcune scuole – senza interrogarsi sui fattori che lo determinano: le scelte delle famiglie e la segregazione residenziale. Altrimenti, fissare un tetto finirà per lasciare irrisolta per l’ennesima volta la questione di come rispettarlo. Il problema non è solo la presenza di studenti stranieri, ma la distribuzione non equilibrata che ne deriva. Ranci sottolinea che la soluzione non può essere solo un tetto, ma una regia territoriale che coinvolga scuole pubbliche e private, e che promuova una maggiore cooperazione tra di esse. Solo in questo modo, spiega, si potrebbe ridurre la segregazione e garantire un accesso più equo all’istruzione per tutti i bambini, indipendentemente dal loro background.



