La Provincia di Viterbo ha respinto definitivamente 21 siti proposti per l’installazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, evidenziando una serie di criticità che rendono incompatibile l’ipotesi con le caratteristiche del territorio. Il verdetto, espresso da un team di nove esperti incaricati da palazzo Gentili, si basa su una valutazione tecnico-scientifica rigorosa e non ammette interpretazioni. La Tuscia, secondo gli studiosi, non può e non deve ospitare un impianto del genere, a causa di una profonda incompatibilità strutturale con le sue vocazioni e risorse.
rischi idrici e sismicità
La questione idrica rappresenta il primo e più insormontabile scoglio per l’ipotesi del deposito. La Tuscia si caratterizza per la presenza di quattro acquiferi interconnessi, tra cui quelli vulcanici, costieri, calcarenitici e termali. La permeabilità di queste rocce è medio-alta, e le acque sotterranee si trovano spesso a profondità ridotte. Gli esperti hanno avvertito che, in caso di contaminazione da radionuclidi, il trasferimento degli inquinanti verso sorgenti, fiumi e mare potrebbe avvenire in tempi stimati in mesi o pochi anni, annullando il concetto stesso di barriera protettiva. Inoltre, il recente aggiornamento dei modelli sismici dell’INGV ha evidenziato un incremento dei parametri di pericolosità per l’area, rendendo ancora più fragile la situazione.
impatto economico e paesaggistico
La decisione dei tecnici ha anche un impatto significativo sull’economia e sul paesaggio della provincia. La Tuscia è un’area agricola di prim’ordine, con un settore che genera quasi l’8% del valore aggiuto provinciale, ben al di sopra della media italiana. L’installazione di un deposito radioattivo in mezzo a quattro biodistretti potrebbe vanificare anni di investimenti in sostenibilità e agriturismo. Gli esperti parlano di un “danno percepito” che potrebbe alterare la reputazione ambientale del territorio, con conseguenze negative sul turismo e sull’acquisto di prodotti locali. Inoltre, 16 dei 21 siti proposti si sovrappongono alla Maremma Viterbese, un’area di cruciale importanza per la conservazione dell’avifauna selvatica.
La rete viaria della Tuscia, inoltre, presenta limitazioni strutturali diffuse, con frequenti riduzioni delle sezioni stradali. Questo renderebbe pericolosi i trasporti dei rifiuti radioattivi, specialmente quelli ad alta attività, che richiedono infrastrutture di prim’ordine. La Provincia ha anche sottolineato come il paesaggio, basato su un modello insediativo policentrico, non permetta di trovare un vuoto isolato sufficientemente lontano dai centri abitati per garantire le distanze di sicurezza previste per i trecento anni di controllo istituzionale. La metodologia utilizzata per individuare le aree idonee è stata criticata dagli esperti. La Carta nazionale delle aree idonee ha ignorato le linee guida internazionali dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica. La concentrazione di 21 siti su un territorio così complesso e vulnerabile dimostra, secondo gli esperti, un fallimento metodologico plateale e ingiustificabile.
La Tuscia non può ospitare un deposito radioattivo senza compromettere le sue vocazioni. La decisione dei tecnici ha messo in luce una profonda incompatibilità strutturale tra l’ipotesi del deposito e le caratteristiche del territorio. La Provincia di Viterbo ha espresso un verdetto inappellabile, basato su dati e analisi scientifiche che non lasciano spazio a interpretazioni. La Tuscia, con le sue risorse idriche, biodistretti e economia, non può e non deve accettare un progetto del genere.



