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martedì 22 Settembre 2026

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Esteri

Trump lancia la “remigrazione”: migliaia di migranti deportati in Africa, ma in paesi di cui non sono cittadini

L’amministrazione Trump avvia un piano di remigrazione per deportare migranti in Africa, ma i destinatari non sono i loro paesi d’origine.

La Casa Bianca ha avviato un piano di remigrazione per deportare migranti verso paesi di cui non sono cittadini, un’azione che ha suscitato polemiche e preoccupazioni internazionali. Secondo il Washington Post, l’amministrazione di Donald Trump ha negoziato accordi con diversi Paesi africani, tra cui Togo, Gabon, Gambia, Costa d’Avorio e Guinea-Bissau, per trasferire migranti considerati illegali negli Stati Uniti verso destinazioni non correlate alla loro provenienza. L’obiettivo è di ridurre il numero di immigrati presenti sul territorio americano, ma la strategia ha suscitato critiche per la mancanza di garanzie sui diritti umani e per la scelta di destinazioni non convenzionali.

Un piano di deportazioni in Africa

La strategia, introdotta durante la seconda amministrazione di Trump, è diventata uno degli strumenti centrali della politica di contrasto all’immigrazione promossa dalla Casa Bianca. L’amministrazione ha autorizzato o promesso almeno 410 milioni di dollari per facilitare accordi con 31 Paesi, soprattutto in Africa e America Latina. Tra le prime intese figurano voli verso la Costa Rica, con cittadini di Cina, Russia, Iran e Afghanistan, e un volo verso Eswatini, piccolo regno dell’Africa meridionale, con migranti provenienti da Vietnam, Laos, Cuba e Giamaica. La politica è stata promossa da Stephen Miller, storico alleato di Trump e oggi vicedirettore dello staff della Casa Bianca.

La Casa Bianca ha inoltre promesso 179 milioni di dollari all’Organizzazione internazionale per le migrazioni e 124 milioni all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. I fondi dovrebbero finanziare progetti legati ai rifugiati e alle infrastrutture nei Paesi che accettano i deportati. Le due organizzazioni non partecipano direttamente agli accordi, ma i finanziamenti vengono negoziati in connessione con le intese sulle deportazioni, secondo i documenti governativi e le fonti consultate.

La scelta del termine “remigrazione” ha suscitato polemiche, in quanto è stato associato ai movimenti nazionalisti bianchi di alcuni paesi europei.

Un mediatore non convenzionale

Il ruolo di mediatore è stato affidato a Christian Ehrhardt, 41 anni, un alto funzionario non appartenente all’élite diplomatica ma che si è occupato per anni della sicurezza delle ambasciate americane. Secondo il Washington Post, Ehrhardt è considerato un inviato della Casa Bianca e non viene semplicemente presentato come vicesegretario di Stato aggiunto. La sua figura è percepita come parte della Casa Bianca, e per questo gli stendono il tappeto rosso. Le intese sono state costruite attraverso contratti che consentono di evitare alcuni requisiti di legge, comprese le garanzie sui diritti umani previste per gran parte degli aiuti esteri. L’Office of Remigration, che conta circa 15 dipendenti e fa capo al Bureau of Population, Refugees and Migration, segna un cambiamento significativo nella politica estera degli Stati Uniti. Per decenni Washington ha sostenuto il reinsediamento dei rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. La nuova struttura concentra invece le proprie energie sulla loro espulsione dal territorio americano.

La strategia ha suscitato critiche per la mancanza di garanzie sui diritti umani e per la scelta di destinazioni non convenzionali.

La Casa Bianca ha inoltre promesso 179 milioni di dollari all’Organizzazione internazionale per le migrazioni e 124 milioni all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. I fondi dovrebbero finanziare progetti legati ai rifugiati e alle infrastrutture nei Paesi che accettano i deportati. Le due organizzazioni non partecipano direttamente agli accordi, ma i finanziamenti vengono negoziati in connessione con le intese sulle deportazioni, secondo i documenti governativi e le fonti consultate.

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