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martedì 22 Settembre 2026

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Urea vietata dal 2028: il 51% del valore del mais del Bacino Padano a rischio

L’uso dell’urea non protetta sarà vietato dal 2028, mettendo a rischio il 51% del valore della produzione di mais per le aziende cerealicole del Bacino Padano.

Il divieto dell’uso dell’urea non protetta, entrato in vigore il 1° gennaio 2028 nelle regioni del Bacino Padano — Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna — mette a rischio il 51% del valore della produzione di mais per le aziende cerealicole del territorio. La misura, prevista dal Piano di Azione Nazionale per la qualità dell’aria approvato nel 2025, risponde a due sentenze di condanna per il mancato rispetto della Direttiva sulla qualità dell’aria. L’impatto sul sistema agricolo padano, uno dei più produttivi d’Europa, sarà rilevante, ma il dibattito pubblico rischia di individuare nel soggetto sbagliato la vittima principale della transizione.

La transizione non è solo un cambio di prodotto

Per COMPO Expert Italia, azienda di riferimento nel settore dei fertilizzanti speciali e dei biostimolanti per l’agricoltura professionale, la transizione imposta dalla normativa non si affronta con una semplice sostituzione di prodotto, ma richiede un cambiamento di prospettiva nel modo in cui si misura il rendimento di un investimento in nutrizione. «Il parametro giusto non è il costo per tonnellata di fertilizzante, ma il costo di investimento per ettaro e il costo per tonnellata di prodotto raccolto», spiega Eugenia Tron, CEO di COMPO Expert Italia. L’azienda sottolinea che il passaggio a fertilizzanti alternativi comporterà oneri aggiuntivi non inferiori a 150 euro per ettaro, ma il rischio non è uniforme per tutte le aziende.

Il problema non è di tipo scientifico, ma di scala industriale e di disponibilità sul mercato. Esistono già soluzioni tecnologicamente mature per sostituire l’urea non protetta. Lo stesso studio Nomisma le annovera tra le “soluzioni con minor impatto ambientale disponibili”, e il Regolamento UE 2019/1009 le disciplina a livello europeo: urea con inibitore dell’ureasi (NBPT/NPPT), fertilizzanti con inibitore della nitrificazione (DMPP), fertilizzanti a lento rilascio e formulazioni NPK bilanciate. Le tecnologie esistono; il problema non è di tipo scientifico, ma di scala industriale e di disponibilità sul mercato.

Le aziende zootecniche e cerealicole si trovano in situazioni diverse

Lo studio condotto da Nomisma per Assofertilizzanti ha quantificato gli effetti di lungo periodo di uno scenario senza urea nel Bacino Padano. Il valore della produzione di mais da granella calerebbe del 41% in termini aggregati, passando da 1.053 a 620 milioni di euro (prezzi Ismea 2024), e l’intero comparto cerealicolo accuserebbe una contrazione del 45%. La differenziazione per tipologia di impresa è marcata: per le aziende zootecniche irrigue il calo stimato è del -12%, grazie all’apporto di effluenti propri. Per le cerealicole irrigue, che acquistano urea sul mercato senza alternative organiche interne, il calo raggiunge il -51%. Per le cerealicole asciutte, il calo è del -40%.

Il divario è ancora più nitido in termini assoluti. Un’azienda cerealicola irrigua tipo da 100 ettari nel Bacino Padano rischierebbe una perdita di valore della produzione superiore a 250.000 euro nel lungo periodo. L’urea rappresenta il 16% dei fertilizzanti azotati distribuiti a livello nazionale, ma fornisce il 44% dell’azoto totale apportato da concimi azotati. Questo dato rende evidente la dipendenza strutturale dell’agricoltura padana da questa molecola.

Il problema non si esaurisce nella cerealicoltura. Il Bacino Padano concentra circa il 70% della superficie nazionale coltivata a mais trinciato, il mais da insilato che costituisce la base dell’alimentazione della zootecnia da latte e da carne. Un calo strutturale delle rese in questa area riduce la disponibilità di materia prima foraggera e ne aumenta il costo, con effetti a cascata su filiere come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Bresaola e le principali DOP suine.

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