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mercoledì 23 Settembre 2026

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Una professoressa in servizio pubblico ha gestito un resort di lusso senza autorizzazione

Una professoressa in servizio pubblico ha gestito un resort di lusso senza autorizzazione, dovrà restituire 270 mila euro

Una professoressa in servizio pubblico ha gestito un resort di lusso senza autorizzazione, dovrà restituire 270 mila euro. L’episodio è emerso attraverso una denuncia di un avvocato e una sentenza della Corte dei Conti della Lombardia. L’insegnante, in servizio in una scuola di Calolziocorte (Lecco), era anche titolare di una ditta individuale con sede nell’Agrigentino, che ha gestito un agriturismo a cinque minuti di strada dalla Scala dei Turchi e a dieci dalla Valle dei Templi, fino al 2024.

Un’attività parallela non autorizzata

La professoressa, conosciuta come P.A., aveva iniziato l’attività extra istituzionale contestualmente all’assunzione in servizio, nel 2016. La ditta individuale, con sede nell’Agrigentino, aveva come codice Ateco «attività di alloggio connesse alle aziende agricole». L’attività si svolgeva in un’antica masseria in pietra con dieci camere e una piscina panoramica, incastonata in un’area di 13,7 ettari. La Guardia di Finanza ha rilevato che la ditta era cessata il 28 marzo 2024, due mesi dopo la segnalazione di un avvocato siciliano.

Un’operazione di cessione per evitare sanzioni

Due giorni prima della cessazione, era stata costituita un’altra società, «cessionaria del ramo d’azienda alienato dalla ditta individuale». L’operazione, secondo i giudici, potrebbe aver indotto la professoressa «a sottoscrivere in buona fede la dichiarazione di assenza di cause di incompatibilità e a non denunciare, neanche successivamente, l’attività extra istituzionale, e a non chiedere autorizzazioni di sorta». La dirigente scolastica aveva inizialmente aperto un procedimento disciplinare interno, che si chiudeva con una sanzione di 15 giorni di sospensione.

La Corte dei Conti ha comunque sottratto ai 544.892,77 euro inizialmente calcolati dalla Procura i 244.147 euro di imposte nette depurate delle ritenute. Inoltre, ha applicato un ulteriore «sconto» per buona fede del 20% sulla cifra ottenuta, vale a dire 377.794 euro. Totale da versare: 270.235,20 euro. La professoressa dovrà restituire l’importo senza autorizzazione, un’attività parallela che ha durato otto anni.

Un errore di ignoranza, non di dolo

I giudici hanno contestato la colpa, ma non il dolo. «Se errore vi è stato, lo è stato per grave, colpevole e inescusabile ignoranza sui suoi doveri primari che si è protratta per ben otto anni», ha sottolineato la sentenza. La professoressa, però, non ha mai chiesto autorizzazioni né ha denunciato l’attività extra istituzionale. L’errore, se ne è stato commesso, è stato un’ignoranza grave, ma non un dolo. La sentenza, che ha concluso il procedimento, ha stabilito che la professoressa dovrà restituire i ricavi incassati senza autorizzazione. L’episodio ha suscitato dibattito su come si debba gestire l’attività parallela di chi è in servizio pubblico. La Corte dei Conti ha messo in luce la necessità di una maggiore vigilanza e di una corretta gestione delle attività esterne da parte dei dipendenti pubblici.

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