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sabato 26 Settembre 2026

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Economia

I ritardi nei rimborsi frenano le grandi opere in Italia

I ritardi nei rimborsi ostacolano le grandi opere in Italia, con un deficit stimato a 3,8 miliardi di euro.

Le imprese italiane che gestiscono grandi opere pubbliche segnalano un problema strutturale: i ritardi nei rimborsi per i costi crescenti dei materiali e delle energie stanno rallentando i progetti e mettono a rischio la sostenibilità del settore. Secondo dati raccolti da testate come il Sole 24 Ore e l’ANCE, il deficit tra i costi reali e le risorse disponibili si aggira intorno ai 3,8 miliardi di euro tra il 2024 e il 2025, con un divario significativo tra le richieste e le risorse effettivamente stanziate. Il Ministero delle Infrastrutture conferma l’entità del problema, segnalando che per il biennio 2024-2025, a fronte di richieste per 2 miliardi di euro, sono disponibili solo 500 milioni, un divario di 1,5 miliardi.

Un sistema di calcolo in evoluzione

Il sistema di calcolo degli indici per i rimborsi ha subito una recente riforma, passando da un meccanismo basato sui prezzari regionali a un calcolo più granulare basato sugli indici Istat. Dal 27 aprile 2026, il sistema cerca di tenere conto di più componenti dell’attività di cantiere. Tuttavia, gli operatori segnalano che gli indici faticano a intercettare in modo puntuale l’andamento reale del mercato. Un aumento del 10% nei prezzi delle materie prime si traduce, per effetto dei meccanismi di calcolo, in un ristoro di poco più del 6% per l’impresa.

Un problema che riguarda l’intero sistema

Il problema non è isolato a un singolo committente pubblico, ma riguarda l’intero sistema degli appalti infrastrutturali. I contratti pluriennali, firmati su prezzi che il tempo e gli shock geopolitici – dalla guerra in Ucraina alle tensioni nell’area di Hormuz – hanno reso obsoleti, non dispongono di un meccanismo di aggiornamento rapido e certo. Il risultato è un accumulo di costi non riconosciuti e un deficit crescente, che rischia di aggravarsi nel 2026 con la fine del regime transitorio di compensazione statale. Con la legge di Bilancio, è ora delle singole stazioni appaltanti dover reperire le risorse necessarie per gli extra-costi, con il rischio concreto di dover definanziare altre opere pur di onorare gli impegni già assunti. Questo crea un circolo vizioso che mette in pericolo la continuità dei progetti.

Il pagamento aggiuntivo per l’adeguamento dei costi, limitato per legge al 90% di ciò che eccede una soglia minima di aumento, resta subordinato alla disponibilità di risorse della singola stazione appaltante, che spesso non le ha. Il risultato: la rinegoziazione non è un meccanismo automatico, e ogni impresa deve tutelarsi con tempi che, secondo alcune testimonianze, arrivano fino a due anni. La mancanza di un sistema di rimborsi efficiente e tempestivo mina la capacità del settore di investire e crescere.

E’ quindi emersa l’esigenza di aprire un confronto permanente tra industria e Governo, capace di programmare le risorse pubbliche tenendo conto, fin dall’inizio, del costo reale delle opere nel tempo – non affrontando ogni volta l’emergenza quando ormai si è già creata. Questo è il presupposto per permettere al settore di continuare ad assumere, formare le persone e investire.

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