La Scala presenta Otello senza il volto nero, un cambiamento che ha suscitato dibattito e attenzione nel mondo operistico. Il 7 dicembre 2026, il pubblico milanese vedrà il generale interpretato da Brian Jagde, un tenore statunitense che salirà sul palcoscenico con il proprio colore di pelle. L’opera, che torna al teatro milanese dopo centotrentanove anni, sarà diretta da Myung-Whun Chung, un maestro sudcoreano che ha 73 anni, come Verdi quando scrisse l’opera nel 1887. La scelta di non utilizzare il trucco nero non è un semplice cambiamento estetico, ma un’interrogazione su come raccontare un personaggio che, per secoli, è stato associato a una diversità razziale.
Il Moro di Venezia e la sua crepa
Otello è il Moro di Venezia, un personaggio che vive una condizione di estraneità e potere. La sua diversità è parte essenziale del suo destino, ma non è solo il colore della pelle che lo definisce. La crepa, il punto di vulnerabilità che Jago sfrutta, è ciò che interessa più del colore. Verdi, nel suo lavoro con Boito, ha scelto di non trasformare visivamente Otello in una figura esotica, ma di farlo apparire come un veneziano. Questa scelta ha permesso di evitare due semplificazioni: quella di pensare che il trucco nero sia necessario per il significato dell’opera, e quella di fingere che la diversità sia un dettaglio intercambiabile.
La decisione di non utilizzare il trucco nero non è una semplice rivoluzione, ma un passo in un dibattito più ampio su come rappresentare la razza nel teatro. Il Metropolitan Opera ha già preso una posizione simile nel 2015, quando Aleksandrs Antonenko interpretò Otello senza il trucco. La Scala, con questa scelta, si unisce a una tendenza globale che cerca di ridurre l’uso di pratiche sceniche con un’origine storica complessa. La questione non è solo estetica, ma anche culturale: come rappresentare un personaggio che, per secoli, è stato visto attraverso una lente razziale, in un’epoca in cui il concetto di razza è in continua evoluzione.
Un lavoro di regia e interpretazione
La scelta di non utilizzare il trucco nero ha reso più interessante la produzione di Damiano Michieletto, regista che dovrà trovare un modo per raccontare Otello senza il segno visivo che lo ha reso immediatamente riconoscibile. La domanda non è se sia giusto o sbagliato eliminare il trucco, ma come rappresentare il personaggio quando quel segno scompare. Michieletto può scegliere di spostare la diversità sul piano sociale, culturale o psicologico, o concentrarsi sulla solitudine di un uomo abituato a comandare eserciti ma incapace di riconoscere la manipolazione. La produzione, presentata come un’apertura della stagione di Chung, è un’occasione per riconsiderare l’opera non solo come un monumento, ma come un testo capace di produrre significati nuovi a ogni generazione.
La Scala non presenta Otello come una reliquia da proteggere, ma come un testo che può essere reinterpretato. La scelta di non utilizzare il trucco nero non è una semplice rivoluzione, ma un passo in un dibattito che riguarda non solo l’opera, ma anche il teatro come istituzione. Il teatro ha sempre funzionato così: nessuno pretende che un interprete condivida ogni caratteristica biografica del personaggio. Ma esiste una differenza tra interpretare qualcuno che non si è e ricorrere a una pratica scenica che porta con sé una storia culturale molto più ingombrante del suo utilizzo originario.
La nuova produzione di Otello alla Scala è un esempio di come il teatro possa affrontare questioni complesse con una sensibilità che va oltre l’estetica. La scelta di non utilizzare il trucco nero non è solo un cambiamento visivo, ma un invito a riflettere su come rappresentare la diversità in un’epoca in cui il concetto di razza è in continua evoluzione. La Scala, con questa scelta, non solo riconsidera un’opera storica, ma anche un’istituzione che ha un rapporto speciale con essa. Otello non arriva alla Scala come un titolo del repertorio internazionale: vi ritorna a casa, e questa volta, con un’interpretazione che cerca di andare oltre il colore della pelle.



