Animali selvatici sui social diventano vittime dei nostri like, a causa di una crescente diffusione di contenuti che li mostra come compagnia o oggetti di intrattenimento. Sono sempre di più i post che mostrano animali selvatici allevati da umani come pet da compagnia, un fenomeno che rischia di alimentare il commercio illegale e la riduzione di specie a semplice merce. La questione è tornata al centro dell’attenzione dopo la vicenda di una creator italiana che mostrava online un cucciolo di primate, suscitando discussioni sulla sua provenienza e sulle implicazioni per la conservazione della fauna selvatica.
Il commercio di fauna selvatica online
Un nuovo studio pubblicato su «Nature Reviews Biodiversity» ha analizzato il fenomeno su scala globale, rivelando come il commercio di fauna selvatica non si limiti a un singolo social network, ma si estenda a piattaforme, siti di e-commerce, forum e canali di comunicazione privati. Il traffico illegale di animali e piante vive si svolge in diversi strati del web, con aree del deep web che sembrano svolgere un ruolo rilevante nel commercio di mammiferi, pesci, rettili, anfibi e invertebrati.
La CITES e il rischio del traffico
Esiste una convenzione internazionale, la CITES, che regolamenta il commercio internazionale per favorire la conservazione delle specie e ridurne il traffico illegale. Tuttavia, il problema non si limita al divieto formale: il modo in cui gli animali selvatici vengono rappresentati online può influenzare gli atteggiamenti del pubblico e la domanda di specie esotiche. La ricerca ha dimostrato che la percezione di un rischio limitato, l’anonimato e la debolezza dei sistemi di governance delle piattaforme possono sostenere i mercati online.
Ad esempio, una ricerca citata nel documento indica che circa il 90 per cento degli annunci relativi alla fauna selvatica presenti sul dark web riguarda specie utilizzate come droghe ricreative, come i funghi allucinogeni. Questo fenomeno si estende anche a specie non iconiche, come le orchidee del genere Paphiopedilum, che hanno visto una frenesia commerciale che ha portato quasi alla loro estinzione.
La responsabilità dei contenuti
Postare un contenuto con un animale selvatico non è un reato, ma può sottintendere la volontà di pubblicizzare un commercio illegale. Il rischio è che tali contenuti riducano gli animali a oggetti di intrattenimento, con conseguenze gravi per la loro sopravvivenza. La questione è complessa, ma la diffusione di immagini che mostrano animali selvatici come pet o oggetti di collezione può innescare una serie di effetti a valanga, con vittime dirette le specie che tanto ci commuovono. Il problema non è solo che un animale venga mostrato, ma il messaggio che veicola quel contenuto: se si passa l’idea che un animale selvatico possa essere «adottato» o che una pianta possa diventare parte della nostra collezione, il rischio è che venga ridotto a semplice merce. E che si finisca così per decidere della sua sopravvivenza.
- Il commercio di fauna selvatica non si limita a un singolo social network.
- La CITES regolamenta il commercio internazionale, ma non sempre è sufficiente.
- Le immagini di animali selvatici online possono influenzare la domanda di specie esotiche.
La diffusione di contenuti che mostrano animali selvatici come pet o oggetti di intrattenimento rappresenta un rischio crescente per la conservazione delle specie. La responsabilità non è solo dei venditori, ma anche dei consumatori che, attraverso i loro like e condivisioni, contribuiscono a un mercato che mette in pericolo la sopravvivenza di migliaia di specie. La questione richiede una maggiore consapevolezza e una regolamentazione più efficace per proteggere gli animali selvatici da un uso non etico e illegale.



