Le tensioni si fanno sempre più acute intorno alla base USA a Fairford, nel Regno Unito, dove si concentrano le operazioni aeree per il controllo dello Stretto di Hormuz. La guerra del Golfo non è più solo un problema lontano: domenica, la polizia britannica ha arrestato cinque uomini che si stavano dirigendo verso la base, a bordo di tre furgoni. I sospetti sono accusati di terrorismo e, secondo Trump, intendevano causare «gravi danni». L’arresto è stato definito «fantastico» dal presidente, che ha sottolineato come gli uomini fossero già noti alle autorità britanniche e statunitensi.
La guerra si avvicina, la regione è in pericolo
La base RAF Fairford, utilizzata dai caccia statunitensi per attacchi aerei contro le postazioni missilistiche iraniane, è ora circondata da un cordone di poliziotti e pattugliata da divise militari. «Il 501st Combat Support Wing e gli altri nostri reparti basati nel Regno Unito restano vigili» ha detto il governo USA. La situazione, però, non è limitata al Regno Unito: il conflitto si allarga e si fa sempre più vicino. «Se la regione dovesse diventare insicura, l’insicurezza colpirebbe tutti» ha avvertito il comandante iraniano Amir Hatami, sottolineando che la sicurezza non è più un problema isolato.
La stampa britannica indica la pista iraniana come la più «probabile», ma non sono state ancora escluse del tutto le ipotesi di sabotaggio russo o un complotto di matrice islamista. I dettagli restano pochi ma una cosa è certa: la guerra lontana diventa sempre più vicina. La zona intorno al sito militare britannico è stata evacuata, la base è ora circondata da un cordone di poliziotti e l’aerea è completamente pattugliata dalle divise che continuano a sorvegliarla.
Teheran non arretra, la diplomazia non basta
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che la riapertura dello snodo dipende dal rispetto delle condizioni poste agli USA. «Non abbiamo mai chiuso la porta alla diplomazia o ai negoziati, ma allo stesso tempo non rinunceremo ai nostri diritti» ha detto. Tuttavia, le dichiarazioni di Trump restano contraddittorie: ha alternato parole concilianti e bellicose, senza mai dare una risposta definitiva. «Abbiamo visto la prima reazione del presidente degli Stati Uniti, ma non ci è stato ancora comunicato nulla dai mediatori» ha spiegato Araghchi, che ha notato come le posizioni di Washington siano sempre più confuse.
Intanto, gli emissari del ministro del Tesoro, Scott Bessent, sono stati inviati in Asia per intensificare le sanzioni contro l’Iran, cercando di bloccare le operazioni economiche del Paese. «Su mia istruzione» ha assicurato il segretario, «squadre sono state inviate in tutto il mondo per discutere con i Paesi e chiedere misure contro il regime iraniano». L’obiettivo è ridurre la capacità di commercio iraniano, ma non si prevede un crollo immediato del prezzo del petrolio, che Trump ha definito «più basso di quanto fosse durante l’amministrazione Biden».
La situazione geopolitica si complica ulteriormente con il cortocircuito intorno allo Stretto di Hormuz, dove le operazioni militari iraniane hanno reso sempre più difficile il controllo USA. «Il 501st Combat Support Wing e gli altri nostri reparti basati nel Regno Unito restano vigili» ha confermato il governo USA, mentre la stampa britannica indica la pista iraniana come la più «probabile», pur non escludendo altre ipotesi. La guerra lontana diventa sempre più vicina, e la regione è in pericolo di instabilità. Il mondo sta imparando a fare a meno di Trump, ma il conflitto non sembra voler finire presto.
La regione è in pericolo e la guerra si avvicina.
Teheran non arretra e la diplomazia non basta.



