Il cinema, attraverso la lente di grandi registi, si trasforma in un documento ambientale che mette in luce il costo del cemento e dell’industria. Da Michelangelo Antonioni a Andrea Di Nardo, i film non solo raccontano storie umane, ma anche il consumo di suolo e l’inquinamento che ne derivano. Il paesaggio, spesso dimenticato, diventa protagonista, svelando una realtà in cui l’uomo sembra assorbito dalla scala industriale. In Italia, nel 2024, sono stati consumati 7.850 ettari netti di suolo, 21,5 ettari al giorno, un dato che conferma l’impatto crescente del progresso su territori e comunità.
Il paesaggio come memoria del presente
Michelangelo Antonioni, con Il deserto rosso (1964), ha reso visibile l’ingovernabilità del territorio industriale. Le fabbriche, le torri e i camini diventano monumenti, mentre le figure umane si fanno minime. Antonioni esaspera le proporzioni, facendo crescere la macchina produttiva nell’inquadratura, fino a sovrastare i personaggi. Questo linguaggio visivo, ispirato anche dai paesaggi urbani di Mario Sironi, ha reso il cinema uno strumento per comprendere l’impatto dell’industrializzazione. La memoria del suolo, il cemento e l’inquinamento si fondono in immagini che non si limitano a registrare, ma ricostruiscono una realtà.
Le conseguenze del consumo di suolo
La città, costruita senza misura, perde vuoti e proporzioni. Il suolo, una volta assorbito, non è più in grado di regolare l’acqua o di sostenere la vita. In Le mani sulla città (1963), Francesco Rosi ha reso Napoli non solo un luogo, ma il corpo stesso del film. La macchina da presa entra nei cantieri, negli uffici, e nel tessuto urbano, mostrando come il potere si posizioni davanti al territorio. La città, allargata, diventa un’entità che inghiotte l’orizzonte, trasformando il paesaggio in un’opera di cemento e inquinamento.
La fabbrica, spesso vista come un simbolo di progresso, è in realtà un’entità che modifica irreversibilmente il paesaggio. A Taranto, la masseria Fornaro, a pochi chilometri dall’ex Ilva, è costretta a sospendere gli allevamenti a causa dell’inquinamento. Il paesaggio, una volta alterato, non torna più come prima. Il cinema, con la sua capacità di fissare immagini, diventa un documento che non solo racconta, ma anche conserva. Le immagini di Antonioni, Rosi, Di Nardo e Riondino non sono solo un ricordo, ma un’indicazione di come il presente sta modificando il futuro.
Il corpo e il territorio: una relazione indelebile
Andrea Di Nardo, con Arrakis (2008), ha reso esplicito il passaggio dal paesaggio al corpo. Le fabbriche della Breda di Sesto San Giovanni, abbandonate, diventano luoghi di memoria. Silvestro Capelli, ex operaio laringectomizzato dopo un tumore da amianto, è un simbolo di come l’industria possa lasciare tracce non solo nel territorio, ma anche nel corpo. Il Registro nazionale dei mesoteliomi dell’Inail ha censito 37.003 casi diagnosticati tra il 1993 e il 2021, un dato che conferma l’impatto a lungo termine del lavoro in ambienti inquinati.
Il cinema, con la sua forza eidetica, non solo registra, ma anche ricostruisce. Le immagini non si limitano a mostrare, ma a modificare la percezione. Dopo Le mani sulla città, Napoli non è più soltanto Napoli. Dopo Il deserto rosso, un’immagine di nebbia artificiale o una tubatura nel paesaggio acquista un significato diverso. Il cinema, quindi, non è solo un mezzo di intrattenimento, ma un documento che ci restituisce un futuro che è già passato, ma che continua a condizionare il presente.
- 7.850 ettari netti di suolo consumati in Italia nel 2024
- 21,5 ettari di suolo consumati ogni giorno
- 37.003 casi di mesoteliomi diagnosticati tra il 1993 e il 2021



