L’Italia rimane bloccata nel dibattito sulle pensioni, mentre la Germania fissa regole previdenziali per il 2041. Il confronto tra i due Paesi evidenzia una differenza radicale nell’approccio alla gestione del sistema pensionistico. Mentre in Germania si cerca di affrontare il problema della longevità con una strategia strutturata e a lungo termine, in Italia il dibattito si riduce a una serie di misure transitorie, spesso modificabili con ogni nuova manovra di bilancio.
Un sistema che si adatta alla longevità
La Germania ha scelto di inserire l’equità intergenerazionale al centro della sua riforma. Il governo tedesco, attraverso la commissione governativa Alterssicherungskommission, ha presentato un piano che prevede l’aumento progressivo dell’età di pensionamento, in base all’aspettativa di vita. Dopo il 2031, l’età di pensionamento seguirà l’aspettativa di vita, con un incremento graduale che porterà l’età da 67 a 67 anni e mezzo tra il 2031 e il 2041. Questo sistema, che trasferisce due terzi della vita guadagnata sulla fase lavorativa e un terzo sulla pensione, rappresenta un modello di equità tra le generazioni.
Un dibattito che non si conclude
Nonostante l’impegno del governo tedesco, il dibattito non è privo di tensioni. Diversi esponenti della Spd e alcuni governatori cristianodemocratici dell’Est chiedono modifiche o transizioni più lunghe sulla pensione dopo 45 anni di contributi. La confederazione sindacale Dgb ha anche presentato un contro-rapporto, chiedendo l’eliminazione dell’aumento dell’età e un aumento del tasso di sostituzione pubblico. Nonostante queste resistenze, il governo ha deciso di adottare integralmente le 33 raccomandazioni, con l’obiettivo di chiudere l’iter legislativo entro la fine del 2026.
Al contrario, in Italia, il dibattito sulle pensioni si riduce a una serie di misure transitorie, spesso modificabili con ogni nuova manovra di bilancio. La legge di bilancio 2026 ha spalmato l’aumento dell’età di pensionamento su due anni, con un costo stimato intorno al miliardo di euro l’anno. Il sistema italiano, con l’aggancio automatico introdotto nel 2013, è già presente in nove Paesi dell’Unione, ma la Germania ne diventerebbe il decimo. La formula italiana, però, è persino più severa: Berlino trasferisce due terzi della vita guadagnata sull’età di pensionamento, mentre Roma, sulla carta, la trasferisce tutta.
Un sistema in equilibrio tra generazioni
La Germania ha compiuto una scelta chiara: inserire l’equità intergenerazionale al centro della sua riforma. Il sistema previdenziale tedesco si basa su un’idea di sostenibilità, con un’attenzione alle generazioni future. L’Ocse ha raccomandato a Berlino di agganciare l’età di pensionamento alla longevità, un approccio che si distingue da quello italiano, dove la parola “giovani” compare quasi solo come alibi. In Italia, il dibattito previdenziale si concentra su misure come Quota 41 o Quota 100, con scadenze e partiti diversi. La spesa pensionistica pubblica italiana è intorno al 16 per cento del Pil, seconda nell’Ocse solo alla Grecia, a fronte di una media dell’8,8. La Ragioneria prevede che salga fino al 17 per cento entro il 2040. Tra i 60 e i 64 anni lavora il 47 per cento degli italiani, dieci punti sotto la media Ocse. Ogni mese di adeguamento è un trasferimento implicito verso le coorti più vicine alla pensione, pagato da chi entra oggi nel mercato del lavoro con salari bassi, carriere discontinue e un assegno interamente contributivo.
La Germania ha scelto di affrontare il problema della longevità con una strategia strutturata, mentre l’Italia si trova in un dibattito che trasforma i termini in ingiustizie da negoziare. Il sistema politico tedesco tratta la longevità come elemento da governare, mentre in Italia siamo abituati a una discussione che trasforma i termini in ingiustizie da negoziare. Una regola che ogni maggioranza si sente autorizzata a sospendere alla prima manovra utile sposta solo il conto più avanti, su chi oggi non vota ancora o pesa troppo poco nelle urne per contare davvero.



