Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo il 29 settembre che introduce un nuovo termine per descrivere l’intelligenza artificiale: «Super Intelligenza». L’obiettivo è creare una categoria giuridica distinta, con conseguenze per la sicurezza nazionale, i controlli sulle esportazioni e la gestione degli appalti pubblici. La Casa Bianca sostiene che i sistemi più avanzati siano ormai in grado di superare l’imitazione o l’automazione di singoli aspetti dell’intelligenza umana, entrando in una fase nuova. L’operazione non è solo linguistica, ma segna un cambiamento strategico nel modo in cui gli Stati Uniti intendono gestire e sviluppare questa tecnologia.
Una scelta politica e strategica
La decisione di chiamare l’intelligenza artificiale «Super Intelligenza» non è semplicemente un cambio di terminologia. Si tratta di un passo politico che mira a riconoscere l’importanza crescente di questa tecnologia nel contesto globale. Gli Stati Uniti ricordano che proprio lì, settant’anni fa, nacque la disciplina e sottolineano che i sistemi più avanzati hanno capacità che vanno «ben oltre l’imitazione o l’automazione di singoli aspetti dell’intelligenza umana». Il termine «Super Intelligence», sostiene il provvedimento, descriverebbe meglio «la promessa, il potenziale e le capacità in rapida evoluzione» di questi sistemi.
La distinzione tra «Super Intelligence» e l’intelligenza artificiale tradizionale è fondamentale. Il termine scientifico indica generalmente sistemi capaci di superare le prestazioni umane in un insieme estremamente ampio di attività cognitive. Una definizione amministrativa non certifica il raggiungimento di quella soglia, ma segna un cambiamento di priorità. Per decenni la forza delle grandi potenze è stata misurata attraverso arsenali, capacità industriale, energia, satelliti e controllo delle infrastrutture. Adesso entra in gioco anche l’intelligenza artificiale, diventando una delle infrastrutture della competizione globale.
Un dibattito scientifico e una priorità strategica
Ed è inevitabile guardare alla Cina. La corsa non riguarda più soltanto quale azienda produrrà il modello migliore, ma quale sistema-Paese controllerà la tecnologia, le filiere e le risorse necessarie a svilupparla. Chi possiederà i sistemi più avanzati potrebbe acquisire vantaggi nella ricerca scientifica, nell’economia, nell’intelligence, nella cybersicurezza e nella difesa. La priorità degli Stati Uniti è di preservare il primato tecnologico, mentre l’Europa si concentra sulla regolamentazione e sulla classificazione dei rischi. La definizione federale dovrà essere elaborata entro sessanta giorni, e bisnerà capire quali sistemi saranno considerati «Super Intelligence» e quali conseguenze giuridiche ne derivino. La sfida è dunque non solo tecnologica, ma anche politica e strategica.
La scelta di Trump non è solo linguistica, ma segna un cambiamento di priorità strategica. La Casa Bianca ha deciso di adottare un nuovo termine per una tecnologia che, secondo la sua visione, ha superato i limiti dell’imitazione o dell’automazione. La definizione federale dovrà essere elaborata entro sessanta giorni, e la sua formulazione influenzerà la gestione di importanti aspetti come la sicurezza nazionale e i controlli sulle esportazioni. La competizione tecnologica si trasforma in una competizione globale per il controllo delle risorse. La superintelligenza non è solo un concetto scientifico, ma un elemento chiave nella strategia di potere tra i grandi Paesi. La Cina, come l’America, sta cercando di dominare questa nuova forma di competizione, che coinvolge non solo la tecnologia, ma anche l’economia, la difesa e la sicurezza.



