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venerdì 2 Ottobre 2026

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Esteri

L’offensiva delle Big tech statunitensi sul digitale europeo

L’espansione del lobbying delle Big tech statunitensi in Europa e la sfida per la sovranità regolatoria.

Le aziende tecnologiche statunitensi stanno intensificando la loro pressione sulle istituzioni europee per condizionare le regole sul digitale. Nel 2025, Google, Amazon e Apple hanno speso milioni di euro per modificare le norme europee, ottenendo più incontri con i decisori politici rispetto a qualsiasi altra impresa del Vecchio Continente. L’analisi del Financial Times, basata su dati del Registro per la trasparenza dell’Unione Europea, ha rivelato come le Big tech abbiano sfruttato l’obbligo di registrazione dei lobbisti per aumentare il loro accesso ai funzionari e ai rappresentanti politici.

Un’espansione senza precedenti del lobbying

La Relazione annuale 2025 del Registro per la trasparenza mostra una forte espansione delle attività di lobbying: al 31 dicembre 2025 le organizzazioni registrate erano 16.474, in netta crescita rispetto alle 13.118 di fine 2024. Il numero di nuove richieste di iscrizione è quasi raddoppiato, con 6.899 nuove iscrizioni (quasi 18 al giorno). Di queste, 5.107 sono state approvate dopo la verifica. Il segretariato del Registro ha svolto 9.476 controlli complessivi, in crescita del 18,7% rispetto al 2024. La pressione delle aziende statunitensi ha avuto un impatto significativo sulle decisioni politiche. Google, ad esempio, ha svolto 22 incontri dedicati al “digital omnibus”, un pacchetto legislativo della UE volto ad ammorbidire le regole sull’intelligenza artificiale per concedere alle imprese maggior margine nell’addestramento dei modelli sui dati personali. L’azienda ha anche esercitato forti pressioni sulla regolamentazione del cloud e sulle norme per la sicurezza online dei minori.

La crescita del lobbying ha reso più difficile per la Commissione UE il controllo su alcuni settori chiave.

La sfida della sovranità regolatoria

L’intensa pressione delle aziende statunitensi evidenzia però anche la difficoltà strutturale della Commissione nell’imporre ai colossi esteri il rispetto effettivo delle proprie decisioni. Un caso emblematico è rappresentato da Binance, la principale piattaforma di criptovalute al mondo. Dopo non aver ottenuto la licenza per operare sotto il nuovo regolamento europeo MiCA (Markets in Crypto Assets), Binance avrebbe dovuto adottare “misure immediate” per chiudere le attività nella UE e interrompere i servizi ai clienti locali.

Tuttavia, l’Esma, autorità europea di controllo sui mercati finanziari, e i regolatori nazionali tra cui quelli di Francia, Germania, Grecia e Paesi Bassi stanno indagando sull’uso da parte di Binance della “sollecitazione inversa”, una deroga che consente a società extra-UE di offrire servizi finanziari solo se è l’utente a chiederlo di propria iniziativa. Nonostante le licenze locali in Francia, Spagna e Polonia siano scadute, Binance continua a servire gli utenti europei tramite la sua entità regolamentata ad Abu Dhabi, lasciando inalterata l’esperienza d’uso dell’app.

La sollecitazione inversa ha un ambito estremamente stretto e non può servire a eludere il MiCA, pena possibili sanzioni.

Il caso di Binance dimostra come i giganti globali cercano di aggirare le ingiunzioni della UE, ponendo una sfida aperta alla sovranità regolatoria di Bruxelles. La pressione delle Big tech non si limita solo al settore delle criptovalute, ma si estende a diversi ambiti, tra cui l’intelligenza artificiale e la protezione dei dati. La Commissione UE, pur avendo adottato normative rigorose, si trova a dover fare i conti con un’offensiva di lobbying senza precedenti, che mette in discussione la sua capacità di controllare i comportamenti delle aziende estere.

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