Le economie occidentali non hanno subito una grande crisi economica e finanziaria nonostante le sfide di pandemia, guerra e tensioni geopolitiche negli ultimi anni. La resilienza dimostrata è il risultato di una combinazione di fattori, tra cui la transizione energetica, le politiche fiscali espansive e l’efficacia delle banche centrali nel gestire l’inflazione. La rivoluzione dello shale oil, in particolare, ha trasformato gli effetti macroeconomici degli shock petroliferi, rendendoli non più restrittivi ma espansivi per l’economia americana.
La rivoluzione dello shale oil e la sua influenza sugli shock petroliferi
Un recente lavoro di Diego Känzig, James Stock e Luca Zanotti, pubblicato nei Brookings Papers on Economic Activity, ha evidenziato come la transizione degli Stati Uniti da importatore a esportatore netto di petrolio, basata su tecnologie come il fracking e le perforazioni orizzontali, abbia modificato l’impatto degli shock petroliferi. Secondo gli autori, gli shock petroliferi generano oggi un aumento del reddito interno e della ricchezza, che sostiene la produzione industriale, l’occupazione e la spesa delle famiglie. I vantaggi si estendono anche al settore non minerario e agli Stati non produttori di petrolio. La transizione energetica ha ridotto l’impatto negativo degli shock petroliferi, permettendo alle economie di beneficiare di un aumento della domanda aggregata. Questo ha reso le politiche monetarie più flessibili e efficaci nel contrastare l’inflazione, senza compromettere la crescita.
Le politiche fiscali e monetarie come strumenti di resilienza
Le politiche fiscali espansive, in parte dovute al riarmo e alle misure per contrastare il caro energia, hanno contribuito alla resilienza delle economie sviluppate. Inoltre, le banche centrali si sono dimostrate prudenti nel combattere l’inflazione, evitando di mettere a rischio la sostenibilità dei debiti pubblici. La fiscal dominance, ovvero il controllo delle politiche fiscali su quelle monetarie, ha permesso di mantenere un equilibrio tra crescita e stabilità.
Le banche centrali hanno agito con efficacia nel gestire l’inflazione, senza compromettere la crescita economica. La Federal Reserve, ad esempio, ha potuto aumentare i tassi di interesse in misura maggiore per contrastare le pressioni inflazionistiche, grazie al fatto che lo shock petrolifero può avere effetti positivi sulla domanda aggregata americana. Questo ha permesso di mantenere un controllo più efficace sull’inflazione, senza compromettere la crescita economica. La combinazione di politiche fiscali espansive e una gestione attenta delle banche centrali ha reso le economie occidentali più resilienti rispetto a quelle passate.
Al contrario, i paesi produttori di petrolio, come gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita, hanno subito una contrazione del Pil tra il 2 e il 5 per cento, non solo a causa del crollo della produzione petrolifera, ma anche a causa della crisi del turismo e della riduzione degli investimenti. L’economia russa, colpita dalle sanzioni e dagli attacchi con droni, registra da anni una crescita molto bassa. La correlazione positiva tra i prezzi dell’energia e le notizie provenienti dal Medio Oriente ha continuato a influenzare i tassi d’interesse a lunga scadenza. Le banche centrali si sono dimostrate efficaci nell’influenzare le aspettative sui tassi e sui prezzi, pur senza essere catturate dai governi. Questo ha permesso di mantenere una certa stabilità nei mercati finanziari, nonostante le tensioni geopolitiche.



