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venerdì 2 Ottobre 2026

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Esteri

Il ritiro USA dall’Iraq segna la fine di un’epoca, ma il Paese resta fragile senza riforme

Il ritiro Usa dall’Iraq dopo 23 anni segna un passo verso la sovranità, ma il Paese rischia di restare fragile senza riforme.

Il 2 ottobre 2026, dopo 23 anni di presenza, le forze statunitensi hanno completato il loro ritiro dall’Iraq, segnando la fine di un’epoca. Il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca caldeo emerito di Baghdad, ha espresso preoccupazioni su un futuro incerto per il Paese, sottolineando che senza riforme profonde e un controllo efficace delle armi, l’Iraq rischia di restare fragile. L’intervista al Sir ha messo in luce le conseguenze del lungo intervento estero e le sfide che attendono il Paese nel dopo-ritiro.

La sovranità come valore fondamentale

Il cardinale Sako ha ribadito che la sovranità dello Stato rappresenta un punto fondamentale per qualsiasi attività politica, economica o legata alla sicurezza. “È del tutto naturale che uno Stato forte e sovrano non possa accettare la presenza di forze straniere sul proprio territorio”, ha affermato. Per lui, il ritiro segna un passo verso il rafforzamento della sovranità irachena, ma lascia aperti interrogativi rilevanti. “Non si può ignorare il rischio che, nelle attuali condizioni, esso possa creare un vuoto sul piano della sicurezza e della politica”, ha sottolineato. La priorità resta il monopolio statale della forza. Il cardinale ha sottolineato che è necessario innanzitutto che il possesso e l’uso delle armi siano ricondotti sotto il controllo delle istituzioni statali legittime. Inoltre, è necessario affrontare seriamente il problema della corruzione e portare avanti riforme politiche, giuridiche e costituzionali, garantendo i diritti di tutti i cittadini.

Un passato di instabilità e sfide irrisolte

Il patriarca emerito ha ricordato come gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo fondamentale nel cambiamento del regime iracheno, ma ha osservato che “negli anni successivi non si è riuscito a costruire uno Stato istituzionale forte e stabile nella misura necessaria”. Le questioni irrisolte, come la presenza di armi al di fuori del controllo dello Stato, la corruzione e il settarismo politico, continuano a pesare sul Paese.

La fragilità della situazione interna e regionale rischia di rendere difficile per l’Iraq fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Il cardinale ha sottolineato che il semplice ritiro delle forze americane non è sufficiente a consolidare la piena sovranità del governo iracheno. La debolezza delle istituzioni ha favorito anche la crescita del jihadismo, permettendo a organizzazioni come al-Qaeda e l’Isis di operare e indebolire ulteriormente lo Stato. La priorità, ha ribadito, resta il monopolio statale della forza. “È necessario innanzitutto che il possesso e l’uso delle armi siano ricondotti sotto il controllo delle istituzioni statali legittime”, ha sottolineato. Inoltre, è necessario affrontare seriamente il problema della corruzione e portare avanti riforme politiche, giuridiche e costituzionali, garantendo i diritti di tutti i cittadini.

La comunità cristiana ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi decenni. “I cristiani dell’Iraq hanno pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2003. Sono stati vittime di omicidi, rapimenti, attentati, sfollamenti forzati e attacchi contro le loro chiese”, ha ricordato. Le comunità di Mosul e della Piana di Ninive hanno subito un grave sfollamento forzato e hanno visto le proprie case e proprietà confiscate o occupate.

La questione non riguarda soltanto la sicurezza. “Negli anni si è registrato anche un significativo ridimensionamento della loro presenza politica e sociale”, ha spiegato il patriarca emerito. Molti cristiani ritengono che “la propria rappresentanza nelle istituzioni dello Stato e in Parlamento non rifletta adeguatamente la gravità delle sfide che devono affrontare”. A questo si sommano problemi economici, carenza di servizi e mancanza di opportunità lavorative. “Tutto questo ha spinto un numero considerevole di cristiani a lasciare il Paese, alla ricerca di sicurezza, stabilità e di un futuro migliore per sé e per i propri figli”, ha sottolineato. Il timore del patriarca emerito è che il fenomeno continui: “Il rischio è che l’emigrazione prosegua e che, nel lungo periodo, venga messa seriamente in pericolo la presenza storica della comunità cristiana in Iraq”. Per lui, la vera sfida del dopo-ritiro americano sarà dunque costruire finalmente uno Stato capace di garantire uguaglianza, sicurezza e cittadinanza piena a tutti i suoi abitanti.

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