La critica umanista all’intelligenza artificiale si sta diffondendo in modo crescente, soprattutto negli Stati Uniti, e non solo tra i movimenti politici. Si tratta di una posizione che va oltre le semplici preoccupazioni per la concentrazione di potere o la sostituzione del lavoro. Si concentra su un’idea più profonda: il valore del processo umano, non solo del risultato. La fatica, il pensiero lento, l’impegno nella creazione o nella cura di un’altra persona non sono solo attività da automatizzare, ma esperienze che formano l’identità e la capacità di pensare. Questo dibattito, che si sta sviluppando in contesti diversi – scuola, lavoro, famiglia – mette in discussione il ruolo dell’IA non solo come strumento, ma come minaccia all’autonomia e alla coscienza.
Un’umanità che non si riduce al prodotto
La critica umanista all’IA si basa su un’osservazione semplice ma profonda: non tutto ciò che può essere automatizzato deve essere fatto da una macchina. Il filosofo Tiegue Vieira Rodrigues, riflettendo sull’autorialità assistita dall’IA, propone un modello che permetta di mantenere il controllo sull’opera anche quando parte del lavoro è svolto da un sistema. L’idea è che l’uomo non debba perdere il ruolo di creatore, ma possa continuare a esercitare la sua capacità di selezionare, verificare e assumersi la responsabilità del risultato. Questo concetto si applica anche a contesti come l’istruzione, dove l’apprendimento non è solo la produzione di risposte corrette, ma l’acquisizione di abitudini mentali e capacità di ragionamento.
Non tutto ciò che può essere automatizzato deve esserlo.
La scuola e l’impegno nella formazione
Il dibattito si fa più concreto quando si parla di scuola. Lila Byock, fondatrice di Schools Beyond Screens, osserva che i sistemi di IA sono progettati per rendere più semplici i compiti e ridurre l’attrito, ma una parte dell’apprendimento avviene proprio attraverso il sforzo. Jenny Trinitapoli, sociologa dell’Università di Chicago, spiega che un seminario universitario non serve solo a produrre risposte corrette, ma a costruire abitudini mentali. Tre psicologi, Emily Zohar, Paul Bloom e Michael Inzlicht, hanno anche sottolineato l’importanza delle “desirable difficulties”, difficoltà che rallentano l’esecuzione di un compito ma contribuiscono all’apprendimento. L’uso sistematico di tecnologie che eliminano il processo di ragionamento rischia di compromettere proprio quelle capacità che si vogliono coltivare.
La questione non riguarda solo gli studenti, ma ogni attività in cui il percorso ha un valore ulteriore rispetto al prodotto finale. Un medico, un insegnante o un avvocato possono usare sistemi automatici senza delegare il giudizio finale. Il confine non è tra uso e non uso dell’IA, ma tra le attività che siamo disposti a delegare e quelle sulle quali vogliamo conservare il controllo.
Un dibattito che va oltre la politica
La critica umanista all’IA non si limita al dibattito politico. È presente anche in contesti come la famiglia, dove genitori si preoccupano per l’impatto del linguaggio e della coscienza dei loro figli. Un neuroscienziato, Erik Hoel, ha espresso il timore che l’uso dell’IA possa portare a una separazione tra linguaggio e coscienza. Un artista lamenta la “slopification” della produzione culturale, mentre una giovane attivista dice di aver “perso cellule cerebrali” da quando ha iniziato a utilizzare l’IA. Questi sono segnali di un dibattito che va oltre la semplice regolamentazione tecnologica, e che coinvolge questioni di identità, autonomia e valore umano.
La critica umanista non è un rifiuto della tecnologia, ma una richiesta di riflettere su dove collocare il controllo quando l’IA non si limita a eseguire un comando, ma propone argomenti e strutture che l’utente non aveva concepito in partenza. Il dibattito si fa sempre più complesso, ma è chiaro che non tutto ciò che può essere automatizzato deve esserlo.



