Il sito archeologico di Scifì, in provincia di Messina, rappresenta un pezzo di storia ancora poco conosciuto e non del tutto svelato. Il 11 aprile 1987, il maestro Giuseppe Lombardo, componente del consiglio comunale di Forza d’Agrò, annunciò durante un dibattito che durante la realizzazione di un vigneto era emerso un frammento di muro che lui riteneva di epoca romano-bizantina. Lombardo, con una visione lungimirante, immaginava che quel ritrovamento avrebbe potuto aprire una nuova pagina nella storia locale. Tuttavia, il suo entusiasmo fu accompagnato da un certo scetticismo da parte dei governanti dell’epoca, che temevano il rischio di perdere il sito a causa di mancanza di interesse o di risorse.
Un’identità ancora da chiarire
Nonostante le iniziative di ricerca e le campagne di scavo avvenute nel 1987, 1995, 1997 e 2002, il sito di Scifì non ha ancora rivelato tutta la sua storia. In parte distrutto da una frana e dal tracciato dell’attuale strada che porta a Scifì, il complesso archeologico ha visto interventi che hanno confermato la datazione iniziale di Lombardo e la presenza di un evento alluvionale che ha danneggiato il sito. La Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Messina ha ipotizzato la presenza di una villa tardo-imperiale o di una “stazione di sosta”, forse una mansio, lungo il percorso Mylae-Tauromenium (Milazzo-Taormina). Tuttavia, l’identificazione con la Statio Tamaricium non è ancora stata dimostrata con certezza.
Un complesso rurale tardo-romano
Un’interpretazione più prudente, come ha ricordato Luca Casablanca dell’UnitelmaSapienza di Roma, suggerisce che il sito potrebbe rappresentare un consistente complesso rurale tardo-romano, forse collegato alla rete viaria della Valle d’Agrò. Lombardo aveva ipotizzato che quel frammento di muro appartenesse a uno degli edifici del monastero dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, originariamente costruito e poi sotterrato da un alluvione, ricostruito nel XII secolo dai normanni sulla sponda opposta del torrente. Il lavoro di ricerca continua, ma il sito rimane ancora un mistero, con tante domande senza risposte.
Il maestro Lombardo, con la sua passione e la sua determinazione, aveva acquistato il terreno destinato a vigneto per proteggerlo dall’ignoranza e dalle ripicche, sperando che un giorno sarebbe emerso ciò che la terra nascondeva. Oggi, a quasi 40 anni di distanza, il sito di Scifì rappresenta un’occasione per scoprire e valorizzare un patrimonio storico e culturale che ancora attende di essere pienamente riconosciuto e preservato. La sua storia, sebbene parzialmente conosciuta, è ancora da scrivere.
Il sito di Scifì è un tesoro nascosto che richiede attenzione e cura.
La ricerca continua, ma il mistero non è ancora risolto.



