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giovedì 8 Ottobre 2026

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Esteri

La fase 2 del globalismo: una crisi senza precedenti in Europa

La crisi transalpina non è un ritorno al Sessantotto, ma un modello nuovo basato sul caos.

La Francia e la Gran Bretagna stanno vivendo una transizione senza precedenti nel modello globalista, passando dalla fase dell’arruolamento a quella del consolidamento. Questo cambiamento, descritto come una fase 2 del globalismo, si manifesta attraverso un degrado urbano che non è più visto come effetto di una crisi interna, ma come risultato di una strategia caotica. La crisi transalpina non ha nulla a che fare con il Sessantotto, ma non è neppure il frutto di un’«invasione» classica. È un modello basato sul caos che si consolida, con conseguenze sociali e politiche profonde.

Un modello di globalismo in evoluzione

La transizione da una fase all’altra del globalismo, come spiegato da un articolo, si traduce in un cambiamento del rapporto di forza tra popolazione immigrata e sistema sociale. Le città europee diventano terreni di coltura per un degrado che non è visto come effetto di un processo squilibrato, ma come risultato ottimale di una strategia caotica. Il globalismo, che fino a un decennio fa era visto come un orizzonte politico, si trasforma in una demografia da gestire, con conseguenze dirette sul welfare e sull’ordine pubblico.

Il confronto tra Francia e Gran Bretagna mette in luce una differenza chiave: il disordine urbano che l’Europa ha conosciuto in passato era basato su tensioni interne a un corpo nazionale condiviso, mentre il degrado attuale si sottrae a quella dialettica perché non chiede «riconoscimenti» ma rendita territoriale. Gli immigrati di seconda e terza generazione, che partecipano attivamente alla campagna elettorale, mettono a ferro e fuoco alcune città e bruciano le scuole perché «ricevono troppo pochi fondi». Questo fenomeno non è semplicemente una riedizione del passato, ma una nuova forma di protesta che si basa su una narrativa diversa.

Le tensioni etniche e il welfare in crisi

La narrativa del globalismo, come spiegato da Jan-Luc Mélenchon, si basa su una visione di sistema produttivo che dipende da una mano d’opera a basso costo. Tuttavia, questa visione si scontra con una realtà in cui i giovani di origine nordafricana rivendicano la loro diversità religiosa e etnica, rifiutando le logiche marxiste della lotta di classe. Questo crea una frattura tra le diverse visioni del futuro, con conseguenze politiche e sociali complesse. La crisi transalpina non è un ritorno al Sessantotto, ma un modello nuovo basato sul caos. La Francia, con il welfare più esteso della storia, ha spinto lontano la socializzazione dei costi, rendendo visibile il punto in cui il trasferimento cessa di essere riassorbibile dal gettito. Questo ha portato a una situazione in cui l’incremento di spesa conferma agli occhi dei percettori che l’istituzione è solvibile e quindi ulteriormente esigibile. Le tensioni nella sinistra, che si spostano verso l’innalzamento delle tasse e l’esproprio delle case, riflettono una crisi di sostenibilità del sistema.

Il crollo non sarà indolore, e le conseguenze saranno sentite da tutti. La crisi transalpina, sebbene non sia un ritorno al Sessantotto, rappresenta un modello nuovo di globalismo, basato su una strategia caotica che si consolida. La transizione da una fase all’altra del globalismo ha portato a una situazione in cui il welfare, una volta visto come strumento di pacificazione, si trasforma in un fattore di attrito. La narrativa del sistema produttivo, che dipende da una mano d’opera a basso costo, si scontra con una realtà in cui le diverse identità etniche e religiose rivendicano il loro ruolo nel futuro del paese.

La crisi non è semplicemente una conseguenza di un’immigrazione incontrollata, ma un fenomeno strutturale. Il sistema, che si basa su un’immigrazione di massa per sostenere il welfare, si trova ora a dover affrontare le conseguenze di una gestione non sostenibile. La narrativa del globalismo, che ha visto l’immigrazione come una soluzione a problemi economici e demografici, si scontra con una realtà in cui i beneficiari non si sentono più rappresentati e si rivendicano diritti diversi da quelli previsti dal modello.

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