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mercoledì 7 Ottobre 2026

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Cultura

L’immaginario della peste: da Manzoni a oggi, l’arte che ha plasmato il morbo

L’arte ha plasmato l’immaginario della peste, da Manzoni a oggi. L’iconografia del morbo mortale ritorna con il mistero in Siberia.

La peste, un morbo che ha scosso l’umanità per secoli, ha trovato nel tempo un immaginario collettivo radicato nella cultura, nella letteratura e nell’arte. Da Manzoni a oggi, l’iconografia della malattia ha continuato a evolversi, ma il suo impatto emotivo e simbolico rimane intatto. Il caso della ricercatrice Daria Shipilova, morta in Siberia dopo aver rotto una provetta contenente un agente patogeno, ha riportato al centro dell’attenzione il termine “peste”, suscitando un dibattito su come l’immaginario storico si riconcilia con le minacce moderne.

La peste come simbolo: da Manzoni a Bruegel

Il romanzo “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni ha reso concreto l’orrore della peste, descrivendo la violenza, il tanfo e la lordura della città meneghina. I monatti, i portatori di morte, e la pila di cadaveri nel centro della piazza sono immagini che restano radicate nella memoria collettiva. Manzoni non solo restituisce la violenza dell’isteria collettiva, ma anche il colore, il tanfo e la lordura della città, creando un quadro di morte che si estende al di là del corpo, toccando lo spirito.

Le immagini dell’arte: Bruegel e il Trionfo della Morte

La peste ha trovato anche un’altra forma d’immaginario attraverso l’arte. Pieter Bruegel il Vecchio, con il suo “Trionfo della Morte”, ha dipinto una scena in cui la morte è totalizzante, pervade ogni angolo della tela e non lascia speranza. Gli scheletri, veri protagonisti del dipinto, si accaniscono sugli uomini, senza distinzioni di classe o status. La pila di cadaveri al centro del quadro e il cielo nero, la vegetazione assente e i patiboli contribuiscono a far emergere l’idea di una peste che uccide due volte: nel corpo e nello spirito.

La peste non è solo un tema letterario o artistico, ma un simbolo che si rinnova nel tempo. Il caso di Daria Shipilova ha riportato al centro dell’attenzione il termine “peste”, suscitando un dibattito su come l’immaginario storico si riconcilia con le minacce moderne. Sebbene oggi la peste non abbia più il tasso di mortalità di un tempo, il solo suono della parola “quarantena” è sufficiente ad evocare lo spettro del virus SARS-CoV-2, che nel 2019 ha dato il via alla pandemia di Covid-19.

La peste e il cinema: dal vampiro Nosferatu all’immaginario moderno

Il cinema ha contribuito a plasmare l’immaginario della peste, con opere come “Nosferatu” di Robert Wiene. Il conte Orlok, un tiranno sovrumano che viaggia su navi cariche di topi, è una metafora dell’ascesa di Hitler in Germania negli anni ’20. La peste, in questo contesto, non è solo una malattia, ma un simbolo di potere e distruzione. Il film ha segnato un momento cruciale nella storia del cinema, non solo per la sua tecnica, ma anche per il suo contenuto, che ha reso la peste un simbolo di terrore e di controllo.

La peste, in ogni sua forma, è un tema che si ripete nel tempo, ma si adatta al contesto sociale e culturale. L’immaginario che l’arte ha costruito intorno a essa è ancora oggi vivo, anche se il morbo si presenta in nuove forme. Il caso di Daria Shipilova ha riportato al centro dell’attenzione il termine “peste”, ma anche il dibattito su come l’immaginario storico si riconcilia con le minacce moderne. La peste, in ogni sua forma, è un tema che si ripete nel tempo, ma si adatta al contesto sociale e culturale.

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