Milano, una metropoli che ha visto crescere e declinare, oggi si confronta con un problema che sembra non avere fine: l’emergenza abitativa. Tra il 2023 e il 2025, la città ha perso circa 8.600 abitanti, mentre un’altra Milano, definita da Lorenzo Bellicini come “l’altra Milano”, registra un aumento delle compravendite, con 49.000 transazioni nel 2025 contro le 25.000 del capoluogo. Il fenomeno, però, non riguarda solo la popolazione: si tratta di un vuoto che ha un costo, e non solo per chi abbandona la città, ma per chi cerca di costruire un futuro in un contesto in cui le risposte non seguono i bisogni.
Un sistema che non si adatta
La legge urbanistica nazionale, nata nel 1942, impone un piano attuativo alle costruzioni oltre i venticinque metri, un criterio che oggi appare anacronistico. Una metropoli del ventunesimo secolo, come Milano, non può indossare un abito cucito per l’Italia del tempo di guerra. Il sindaco Giuseppe Sala ha sottolineato come il sistema attuale non si adatti alle esigenze moderne, e come la frammentazione della filiera e la mancanza di certezze siano i principali ostacoli al progresso. Il presidente Giovanni Deleo ha sottolineato che la casa non è solo un bene, ma un’infrastruttura sociale ed economica di libertà, e che il suo costo si misuri anche nell’energia, nei trasporti e nel tempo sottratto alla vita. La mancanza di risposte concrete ha portato a un dibattito che non si conclude, ma si ripete.
Un mercato in bilico
Il mercato immobiliare milanese, con prezzi che hanno raggiunto i 5.720 euro al metro quadro, il 35,5% in più rispetto al 2019, mostra una situazione di tensione. La stima delle case mancanti è di almeno 35.000 unità, un numero che non si può ignorare. La mancanza di soluzioni concrete ha reso difficile l’accesso all’abitazione, soprattutto per i nuclei familiari più piccoli.
Il presidente dell’Ance, Antonio Ciucci, ha paragonato l’andamento degli investimenti in costruzioni a un elettrocardiogramma impazzito, sottolineando come l’edilizia residenziale pubblica sia ferma al 3,5% del patrimonio, contro il 17% della Francia. La mancanza di stabilità, sia per le normative che per le regole di mercato, ha reso difficile l’accesso all’abitazione, soprattutto per i nuclei familiari più piccoli, che necessitano di spazi sempre più ridotti.
Il ministro Adolfo Urso ha ricordato che le costruzioni figurano tra gli otto comparti abilitanti della politica industriale e che l’obiettivo di 100.000 alloggi in dieci anni del decreto sul piano casa va inteso come una soglia minima, indicando tra i nodi del settore anche la frammentazione della filiera. Il sindaco Giuseppe Sala ha sottolineato che la legge urbanistica nazionale, nata nel 1942, impone un piano attuativo alle costruzioni oltre i venticinque metri, un criterio che oggi appare anacronistico. Una metropoli del ventunesimo secolo, come Milano, non può indossare un abito cucito per l’Italia del tempo di guerra. La frammentazione della filiera e la mancanza di certezze sono i principali ostacoli al progresso.
Le proposte avanzate da Deleo, come la conferenza di servizi simultanea per rigenerazione e housing accessibile, o il cruscotto pubblico dei tempi delle pratiche, sono strumenti praticabili, ma non sufficienti. Il problema non è solo la mancanza di idee o di capitali, ma l’assenza di un luogo in cui idee e capitali possano incontrarsi con tempi e regole certi. Il presidente Giovanni Deleo ha concluso con un monito: “Rinviare una decisione non è prudenza, è una scelta che produce effetti. Case che non arrivano, quartieri che non si rigenerano, giovani che se ne vanno – anche il vuoto ha un costo.” La domanda rimane: chi si siederà a quel tavolo comune, e saprà la prossima stagione amministrativa andare oltre la diagnosi?



