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domenica 11 Ottobre 2026

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Il missionario che restituisce dignità ai detenuti brasiliani

Un missionario brasiliano racconta il lavoro di evangelizzazione e supporto alle famiglie dei detenuti.

Padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata, opera nel sistema carcerario brasiliano con un impegno che va oltre l’assistenza: cerca di restituire dignità a chi è dimenticato, attraverso la pastorale dell’ascolto e la giustizia riparativa. Il suo lavoro, svolto in un contesto di grave crisi nel sistema penitenziario, si basa su un approccio empatico e non giudicante, che mira a trasformare le vite dei detenuti e a supportare le loro famiglie. Il missionario, presente in Brasile da 26 anni, ha visto numeri drammatici: nel 2025 sono morte 3.318 persone in carcere, con un totale di 23.942 decessi dal 2016 al 2025. La maggior parte dei detenuti proviene da contesti socialmente vulnerabili, segnati da povertà e disuguaglianza.

La pastorale dell’ascolto

Padre Graziola spiega che la pastorale dell’ascolto è un pilastro del suo lavoro: «Al primo incontro ci si presenta, si chiede il nome, si crea un rapporto e si ascolta ciò che la persona ha vissuto nella settimana, nella quindicina o nel mese». Questo approccio, che evita giudizi e pregiudizi, è alla base del lavoro con i volontari e i detenuti. L’ascolto collettivo e personale permette di comprendere le difficoltà comuni e le singole esperienze, come la mancanza delle visite dei familiari o l’assenza di assistenza legale. La pastorale dell’ascolto è un modo per entrare nel cuore delle persone, senza condannarle né giudicarle.

Un fallimento dello Stato

Secondo Padre Graziola, il sistema carcerario brasiliano rappresenta un fallimento dello Stato, che non riesce a garantire i diritti fondamentali e a offrire un recupero efficace. «Il carcere è un sistema di tortura dei tempi moderni», afferma, sottolineando come le strutture siano fragili e le procedure non sempre rispettino i diritti umani. Le donne, in particolare, vedono programmi di prevenzione spesso non realizzati. Il missionario sottolinea che le famiglie dei detenuti spendono miliardi per mantenere in vita i loro cari, ma lo Stato non si assume questa responsabilità. La pena oltre la sentenza è un’indagine che dimostra come le spese siano sostenute da famiglie e non dallo Stato.

Il lavoro di Padre Graziola non si limita all’assistenza diretta: si estende anche all’incidenza politica, collaborando con altre realtà della società civile e occupandosi dei familiari dei detenuti. «L’obiettivo generale del nostro progetto è l’evangelizzazione e la promozione della dignità umana attraverso la presenza della Chiesa nelle carceri», spiega. Per chi vuole entrare nel mondo della pastorale carceraria, il missionario invita a un corso di formazione, che insegna a entrare con cuore e mente aperti, senza giudicare. «Loro mi hanno insegnato a vivere con maggiore profondità il Vangelo», conclude.

Il carcere, per Padre Graziola, non è solo un luogo di punizione, ma anche di trasformazione. Anche se il sistema è fragile e spesso fallace, esistono casi in cui le persone riescono a superare il dramma del carcere. «Sì, c’è chi ha superato il dramma del carcere, anche se resta sempre una cicatrice indelebile», afferma. Alcuni detenuti, oggi impegnati nel sociale, hanno trovato un nuovo senso di vita attraverso il percorso di giustizia riparativa. Per il missionario, il lavoro nel carcere non è un’esperienza da smettere, ma un’abitudine che, una volta conosciuta, non si abbandona.

Il missionario racconta anche l’esperienza di Deolinda, una donna in carcere per furto, che soffriva di cleptomania e aveva perso il controllo delle sue proprietà. La sua storia, segnata da violenza e dipendenza, ha lasciato un’impronta profonda. «Per resistere alla violenza del carcere era entrata nel mondo della droga, aggravando il bisogno di rubare per comprarla; senza, entrava in crisi convulsive, risolte con pesanti sedazioni», spiega. La sua storia è un esempio di come il carcere possa aggravare le condizioni di vita di chi vi è rinchiuso. Padre Graziola sottolinea che il carcere non è solo un luogo di sofferenza, ma anche di opportunità per la conversione e la trasformazione. «Loro mi hanno insegnato a vivere con maggiore profondità il Vangelo», conclude. Il lavoro nel carcere, per lui, non è un’esperienza da smettere, ma un’abitudine che, una volta conosciuta, non si abbandona.

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