Un detenuto ha effettuato una fuga di film dal carcere di Cuneo, ma il poliziotto coinvolto non è stato ritenuto colpevole. L’episodio, avvenuto il 9 agosto 2022, ha visto l’evasione di Daniele Bedini, un detenuto per rapina e in attesa di giudizio per omicidio. La fuga, che ha durato circa 40 minuti, ha visto Bedini scomparire come un fantasma nel carcere, prima di uscire in modo funambolico oltre il filo spinato. Il processo, conclusosi con l’assoluzione del poliziotto Giacomo Sambito, ha messo in luce le condizioni di lavoro e le criticità organizzative che hanno influenzato l’evento.
Le condizioni di lavoro e le criticità emerse
Il processo ha evidenziato un quadro critico della sorveglianza nel carcere di Cuneo. Secondo le dichiarazioni del pm Pier Attilio Stea, una disattenzione di Sambito avrebbe contribuito a rendere possibile l’evasione. Tuttavia, il difensore Giovanni Spinelli ha sottolineato l’assenza di profili di colpa, sottolineando che l’agente operava in condizioni difficili e aveva un primo incarico. La porta che avrebbe dovuto essere presidiata era mal funzionante e non poteva essere chiusa a chiave, un problema già segnalato ma risolto solo dopo l’evasione.
La porta era mal funzionante e non poteva essere chiusa a chiave, un problema già segnalato ma risolto solo dopo l’evasione. Durante l’episodio, erano disponibili 9 unità, ma due erano a pranzo, una in infermeria e un giovane collega era in affiancamento. Il pm ha parlato di «agevolazione colposa della fuga», sostenendo che Sambito si sarebbe posizionato oltre la fonte di pericolo, lasciando la porta aperta.
Le responsabilità e le sanzioni
La richiesta di condanna era stata ridimensionata a una sanzione pecuniaria di 150 euro. L’assoluzione ha messo in luce le criticità del sistema di sorveglianza e le condizioni di lavoro del personale. Bedini, secondo le disposizioni, avrebbe dovuto essere l’ultimo a rientrare, accompagnato da un agente, mentre si era mosso insieme a un compagno di cella. L’imputato non poteva farci nulla, ha sottolineato la difesa, che ha ricordato anche la pericolosità dello stesso detenuto per gli agenti.
La fuga di Bedini ha avuto i contorni di un’impresa rocambolesca. Il detenuto, dopo aver attraversato una porta rotta, è riuscito ad arrampicarsi sul muro della palestra, scavalcando una serra e superando il filo spinato del muro di cinta. Ferito, ha raggiunto la libertà prima di essere rintracciato dai carabinieri alla stazione di Fossano, su un treno diretto verso la città. L’episodio ha suscitato dibattiti su come migliorare le condizioni di sicurezza e la gestione del personale. Il giudice ha ritenuto che il fatto non costituisse reato, assolvendo Sambito. La decisione ha chiuso il processo, mettendo al centro le condizioni in cui l’agente si trovava a lavorare e le falle organizzative emerse in aula. L’assoluzione di Sambito ha sottolineato l’importanza di considerare le situazioni di lavoro e le criticità del sistema, senza attribuire colpe a chi opera in condizioni difficili.



