Il 27 ottobre gli israeliani tornano alle urne per la prima volta dalla tragedia del 7 ottobre 2023, un evento che ha cambiato profondamente la vita del Paese e la sua visione della sicurezza. Dopo tre anni di guerra combattuta su più fronti – da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iran – e dopo la fine anticipata di una coalizione che si è spezzata sulla leva degli ultraortodossi, il voto rappresenta un momento cruciale per il futuro politico del Paese. Tuttavia, come sottolinea un articolo, il cambiamento di governo non sembra minare la concezione di sicurezza che ha guidato la politica israeliana per decenni.
La visione di sicurezza di Netanyahu e i suoi sfidanti
Benjamin Netanyahu, il primo ministro in carica, ha governato per quasi vent’anni con una dottrina che prevedeva la sicurezza israeliana senza risolvere il conflitto con i palestinesi. Secondo lui, la superiorità militare, l’intelligence e le tecnologie di difesa avrebbero garantito la protezione del Paese, anche se non fosse stato risolto il problema palestino. Tuttavia, il 7 ottobre 2023 ha messo in discussione questa visione, con l’attacco di Hamas che ha causato migliaia di vittime e ha scosso la fiducia nella capacità dello Stato di proteggere i suoi cittadini.
La guerra ha rafforzato una concezione della sicurezza fondata sulla superiorità militare e sul controllo dei territori, ormai condivisa da gran parte della classe politica.
Anche i principali sfidanti di Netanyahu, come Gadi Eisenkot e Naftali Bennett, condividono questa visione, pur promettendo di restituire credibilità alle istituzioni e di giudicare il governo per le responsabilità del 7 ottobre. Un loro governo potrebbe allontanare dal potere Smotrich e Ben-Gvir, ridurre l’influenza dell’estrema destra sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e ricucire i rapporti con gli alleati, ma lascierebbe con ogni probabilità intatta la linea sulla questione palestinese, perché entrambi considerano uno Stato palestinese una minaccia per Israele.
La violenza in Cisgiordania e il rischio di una guerra senza fine
In Cisgiordania, la distanza tra Netanyahu e i suoi sfidanti si misura più che altrove. Gli ultimi giorni hanno mostrato con brutalità che cosa sia diventata la vita nei territori occupati durante questa legislatura. Venerdì 16 ottobre, ad Abu Falah, decine di coloni mascherati hanno attaccato i contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, hanno dato fuoco agli alberi e hanno picchiato Heidi Levine, fotografa americana, colpendola a calci mentre era a terra con indosso il giubbotto con la scritta PRESS.
La violenza dei coloni ha reso ancora più difficile il rapporto tra israeliani e palestinesi, che condividono una storia e relazioni familiari comuni.
Il giorno dopo, vicino a Taybeh, un gruppo di coloni ha circondato e preso a sassate le auto di una delegazione di diplomatici francesi e ha aggredito Bernard Baudoux, sindaco della cittadina francese di Aulnoye-Aymeries. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, dall’inizio della raccolta, il 27 settembre, gli attacchi dei coloni sono stati almeno 170. Le risposte del governo raccontano come questa violenza venga trattata alla vigilia del voto. Dopo l’aggressione a Levine, l’ufficio del primo ministro ha condannato la violenza «contro chiunque» e ha aggiunto che restavano «serie domande», citando resoconti secondo cui duecento «arabi e attivisti di estrema sinistra» si sarebbero scontrati con una quarantina di giovani israeliani. Dopo l’attacco ai diplomatici, Netanyahu ha invitato alla prudenza, ha chiesto «prove convincenti» e ha evocato una «campagna coordinata per diffamare Israele» durante la raccolta delle olive, e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si è rammaricato che la visita non fosse stata concordata in anticipo con l’esercito.
Il voto del 27 ottobre potrebbe segnare la fine dell’era Netanyahu, ma non necessariamente la fine della sua visione di sicurezza. I sondaggi indicano una competizione che si deciderà su margini molto stretti. Yashar è stabilmente il primo partito, tra i 20 e i 26 seggi, e il Likud oscilla tra i 18 e i 20, lontano dai 32 conquistati nel 2022. Il calo del partito di Netanyahu è compensato in parte dalla tenuta dei suoi alleati, e nei sondaggi pubblicati in questo fine settimana da Channel 12, Channel 13, Kan e Maariv il blocco del primo ministro e i partiti ebraici di opposizione si fermano entrambi intorno ai 51 seggi, con le liste arabe vicine ai 14.



