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giovedì 1 Ottobre 2026

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Politica

Il rischio di un costituzionalismo in movimento

Il rischio politico dei continui appelli dei costituzionalisti contro le riforme e la loro influenza sul dibattito giuridico.

Il rischio politico dei continui appelli dei costituzionalisti contro le riforme rappresenta un tema dibattuto nel mondo accademico e giuridico italiano. L’uso di appelli collettivi per esprimere giudizi di costituzionalità su norme in corso di approvazione, come la nuova legge elettorale, ha suscitato preoccupazioni per il potenziale impatto sul dibattito democratico e sull’unità della categoria. Questi appelli, spesso firmati da una pluralità di studiosi, non solo mettono in discussione la legittimità delle riforme, ma anche la coerenza tra la scienza giuridica e il ruolo della Corte costituzionale.

La pluralità e la rappresentatività dei firmatari

La complessità del fenomeno si manifesta nella diversità dei firmatari degli appelli. Molti di loro non sono più in ruolo, come professori in pensione, o non appartengono direttamente al settore del diritto costituzionale, ma si occupano di diritto amministrativo o comparato. Questo crea un’immagine non rappresentativa del settore, che in realtà è molto più ampio e diversificato. La mancanza di un albo unico dei costituzionalisti rende difficile valutare la rappresentatività delle posizioni espresse, soprattutto quando si tratta di appelli che coinvolgono centinaia di firme.

La categoria dei costituzionalisti è troppo varia e plurale per essere ridotta a una lista semplice.

Un altro aspetto critico riguarda l’effetto degli appelli sugli studiosi più giovani. La pressione di aderire a posizioni consolidate, spesso legate a scuole di pensiero o gruppi di riferimento, può limitare la libertà di espressione e la capacità di sviluppare un pensiero autonomo. Per un giovane studioso, l’adesione a un appello può diventare un fattore di rischio per la sua carriera accademica, soprattutto se si trova a confrontarsi con figure di riferimento che hanno posizioni politiche più che giuridiche. Questo rischio di omologazione scientifica è un problema che va affrontato con una maggiore apertura al dibattito e alla pluralità di opinioni.

Un futuro più aperto

Per superare questa situazione, è necessario promuovere un dibattito aperto e inclusivo, che coinvolga non solo i professori in pensione, ma anche i ricercatori e i dottorandi. Un convegno aperto, non a tema unico, potrebbe offrire un’occasione per confrontarsi in modo costruttivo e diversificato. L’idea di una moratoria sugli appelli, almeno fino al voto delle politiche del 2027, potrebbe aiutare a ridurre la polarizzazione e a favorire un dibattito più equilibrato. Il costituzionalismo non deve essere soffocato in liste chiuse, ma deve rimanere un’istituzione libera e pluralista, in grado di governare le resistenze della rigidità normativa e le spinte dell’innovazione.

La scienza giuridica non deve essere ridotta a un’arma politica per giustificare posizioni preconfezionate.

La Corte costituzionale, pur essendo un organo autonomo, non è intesa come un’entità che rappresenta la voce dei costituzionalisti. Al contrario, essa giudica in scienza e coscienza, senza essere vincolata da posizioni preconfezionate. L’uso di appelli per fornire un giudizio anticipato di costituzionalità rischia di ridurre la sua autonomia e di creare un contropotere rispetto al Parlamento. Questo potrebbe danneggiare il dibattito democratico e la credibilità del costituzionalismo.

La scienza giuridica, come ha sottolineato Arturo Artom, vive in un mondo in cui il sapere non è più solo accumulativo, ma si basa su un’interazione continua tra generazioni diverse. Questo modello di reverse mentoring, in cui i più giovani contribuiscono con intuizioni e i più esperti con profondità, è essenziale per il futuro del costituzionalismo. Non si può permettere che gli appelli diventino un’arma politica per giustificare posizioni preconfezionate, ma devono rimanere un’occasione per esprimere opinioni diverse e costruttive.

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