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sabato 3 Ottobre 2026

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Cultura

Beccamorta, la custode delle storie dimenticate nei cimiteri

Maria Veronica Zinnia, detta Beccamorta, racconta storie di morti e di vita attraverso i cimiteri, ripristinando la memoria di chi è stato dimenticato.

Beccamorta, nome scelto da Maria Veronica Zinnia nel 2019, è diventato simbolo di una ricerca affascinante e unica: quella di recuperare storie dimenticate nei cimiteri. La content creator e necroturista, 31 anni, ha trovato nel mondo dei morti un modo per esprimersi e dare voce a chi è stato lasciato nel silenzio. Con i suoi video su Instagram e TikTok, racconta storie di persone che il tempo ha fatto sparire, ma che la memoria, attraverso epitaffi e archivi, riesce a ripristinare. Il cimitero, per lei, non è un luogo di paura, ma un libro di storia, un luogo in cui si possono scoprire tracce di vite interrotte, di destino avverso e di storie che meritano di essere conosciute.

Un nome che racconta un’identità

Beccamorta, il nome che Maria Veronica ha scelto, non è solo un’identità, ma una scelta di visibilità. «Mi sono chiamata così perché volevo ripulire un po’ la figura dell’operatore funebre, del becchino, portando più informazione», spiega. Il termine, spesso associato a un’immagine di paura e distacco, per lei rappresenta un modo per riconoscere e valorizzare un lavoro spesso sottostimato. Con i suoi video, spolvera simbolicamente il marmo, toglie ragnatele e racconta chi è stato sepolto lì. È un modo per “rispolverare” la memoria di una persona, il passaggio, la testimonianza dell’essere stata in questa vita è la cosa più importante, non tanto il luogo in cui riposa.

Le storie che si nascondono nei cimiteri

Beccamorta non si limita a visitare i cimiteri, ma li esplora come un archivio di storie. «I cimiteri per me sono soprattutto luoghi pieni di storie», afferma. Tra i corridoi e le pietre del cimitero storico della Certosa, a Bologna, trova epitaffi che raccontano di vite interrotte, di incidenti e di destino avverso. «A volte lì c’è il primo indizio, per esempio se trovi scritte come “perito in tragico incidente”, “tragico caso”, “destino avverso”, “sciagura”. Sono tutte formule che lasciano intravedere una morte non naturale e tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento possono aprire una porta sulla vita di una persona», spiega. Con questa metodologia, ha ricostruito una cinquantina di storie, suscitando l’interesse di circa 200mila persone sui social.

Una delle prime storie che ha ricostruito è legata alla sua famiglia. «Il cugino di mio padre, a 18 anni, fu l’ultima persona a buttarsi dalla cima della Torre degli Asinelli, nel 1971. Mio padre mi disse che ricordava di una sua fotografia pubblicata sul Resto del Carlino, così, cercando tra gli archivi, l’ho trovata e sono riuscita a ricostruire cos’era accaduto, ricordando anche aneddoti che mio padre non ricordava. Da quel momento ho cominciato a farlo anche con gli altri», racconta. Questo approccio, che unisce passato e presente, le ha dato una nuova identità e un senso di appartenenza.

Beccamorta non è nata con questa vocazione, ma l’ha costruita giorno dopo giorno. Cresciuta in una famiglia che le ha insegnato a osservare e a domandare, ha trovato nel cimitero un modo per esprimersi. «Trovare la mia inclusione negli esclusi, in un certo senso», dice. Quando ha iniziato a lavorare, aveva pensato di diventare tanatoesteta, ma nessuno l’ha assunto. «Avevo frequentato i corsi necessari, ma nessuno mi ha assunto», racconta. Così, ha iniziato a pubblicare video su YouTube dedicati alle culture funebri e alle usanze considerate «macabre». Poi, con l’arrivo di Instagram e TikTok, ha trovato un pubblico che le ha dato voce.

L’essere umano ha paura di ciò che non conosce, dice parlando della morte. Per lei, invece, è parte di un ciclo naturale. «Come si dice nel videogioco d’avventura What Remains of Edith Finch: “Non voglio che tu sia triste per la mia scomparsa, ma voglio che tu sia grato che ognuno di noi abbia avuto l’occasione di essere qui dopo tutto”. E io aggiungo: “Non bisogna aver paura di morire, bisogna aver paura di morire non essendo stati davvero noi stessi”», conclude. Oggi, nei cimiteri di Bologna, è conosciuta come una presenza quasi onirica. «Sanno chi sono, una presenza quasi onirica», dice, ridendo. È diventata parte integrante di quei luoghi che per anni ha attraversato da osservatrice, forse, anche per questo, non ne ha mai avuto timore.

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