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domenica 4 Ottobre 2026

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Cronaca

Il 3 ottobre: ricordare le vite umane e non solo i numeri

Il 3 ottobre ricorda le vite perse nel Mediterraneo e l’umanità che si è mostrata.

Il 3 ottobre 2013, davanti a Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini che avevano attraversato deserti, violenze, prigionia e il Mediterraneo nella speranza di raggiungere l’Europa. Solo 155 riuscirono a salvarsi. Oggi, ricordare quel giorno significa non solo commemorare un evento tragico, ma anche riflettere su come l’umanità si è rivelata davanti a una sofferenza senza confini. Il ricordo del 3 ottobre è un invito a non dimenticare le vite perse, ma anche a riconoscere l’impegno di chi ha cercato di salvare quelle persone, nonostante le discussioni e le divisioni.

Una lezione di umanità

Forse proprio i pescatori e i cittadini di Lampedusa ci hanno lasciato la lezione più semplice e più grande: quando davanti a te c’è una persona che sta affogando, prima viene l’essere umano e dopo vengono tutte le altre discussioni. La solidarietà non ha confini né etnie. Quegli italiani mostrarono un volto straordinario del nostro Paese: non quello della paura, dell’odio o dell’indifferenza, ma quello della solidarietà, del coraggio e della speranza.

La memoria non è solo un ricordo

Oggi ricordare il 3 ottobre significa quindi guardare quelle bare, soprattutto quelle piccole bare dei bambini, ricordare quelle persone che vedevano già la terra mentre morivano, ma anche ricordare le mani che si allungavano per salvarle. La memoria senza umanità rischia di diventare soltanto una cerimonia. Il Parlamento accolse quella richiesta: deputati e senatori presentarono e sostennero le proposte che portarono nel 2016 all’istituzione della Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime dell’Immigrazione.

Nei lavori parlamentari vennero ricordati esplicitamente sia l’impegno del Comitato 3 Ottobre, che lavorò perché quelle persone e quelle morti non venissero dimenticate, sia quello dei cittadini di Lampedusa che si erano prodigati nei soccorsi. E questo, secondo il Dott. Karim Abdalla, è ciò che dobbiamo ricordare oggi. Perché tredici anni dopo il linguaggio sull’immigrazione è diventato spesso durissimo. Si parla di emergenza, sicurezza, confini, rimpatri, numeri e flussi. Sono questioni reali sulle quali la politica ha il diritto e il dovere di trovare regole e soluzioni.

Ma c’è un limite che una società non dovrebbe mai oltrepassare: trasformare l’immigrato da persona in problema, da essere umano in numero, da uomo o donna in un nemico da temere. Si può essere favorevoli a politiche migratorie diverse, si può discutere su accoglienza, frontiere, integrazione e rimpatri, ma la dignità umana non dovrebbe dipendere da una posizione politica. Un bambino che annega rimane un bambino. Una madre che stringe suo figlio rimane una madre. Un uomo che scappa dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria rimane un uomo. E una persona in mare che sta morendo rimane, prima di qualsiasi altra definizione, una vita da salvare. Il 3 ottobre ci ricorda che possiamo discutere di tutto: confini, leggi, sicurezza, integrazione e politica migratoria, ma non dovremmo mai discutere del valore di una vita umana. La memoria non è solo un ricordo, è un invito a non dimenticare.

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