Il fatto che una figura come Liliana Segre, simbolo di resilienza e memoria storica, debba affrontare una tale ondata di ostilità a quasi un secolo di distanza dagli eventi più bui della storia europea che ha vissuto sulla propria pelle, è un segnale preoccupante. Non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno diffuso, una corrente sotterranea di intolleranza che emerge con prepotenza. Le parole della senatrice non sono un lamento, ma una lucida analisi di una realtà complessa, che mette in discussione i progressi civili e sociali che pensavamo di aver raggiunto. L’odio, nel suo manifestarsi digitale, assume forme nuove ma porta con sé lo stesso veleno di sempre.
Un’ombra lunga dal passato
L’eco di questo odio contemporaneo riporta la senatrice Segre indietro nel tempo, a un’infanzia segnata dalla discriminazione. Ha ricordato di quando, da bambina, “avevo mania di correre nei corridoi e andare a rispondere al telefono a muro”. Un’immagine di innocenza e spensieratezza che si scontra violentemente con il dramma della persecuzione. “Finché venne la campagna razziale nel ‘38 e mio padre mi disse di non rispondere più al telefono”. Questo divieto, imposto dalla cruda realtà delle leggi razziali, fu un punto di svolta. Nonostante l’obbedienza, qualche volta la piccola Liliana non resisteva alla tentazione di rispondere. Ciò che sentiva dall’altro capo del filo non era la voce di un coetaneo, ma spesso quella di un adulto, uomo o donna, che le rivolgeva la stessa agghiacciante domanda che riceve oggi: “perché non muori?”.
Questa incredibile e dolorosa analogia tra passato e presente sottolinea la persistenza di un male profondo. A quasi 96 anni, dopo aver attraversato l’Olocausto, aver dedicato la sua vita alla memoria e alla pace, Liliana Segre si trova nuovamente di fronte a minacce identiche a quelle della sua infanzia. “Mai mi sarei aspettata, dopo tutto quello che c’è stato, a quasi 96 anni, di ricevere ancora tali minacce”. Questa frase, carica di sconforto e incredulità, rivela l’impatto devastante che tali attacchi hanno, anche su una persona della sua forza e tempra. È una ferita che si riapre, un ciclo di odio che sembra non volersi spegnere, nonostante le generazioni e i cambiamenti epocali.



