La paura dell’intelligenza artificiale ha raggiunto un livello senza precedenti, ma il dibattito si concentra non tanto sul rischio di un futuro apocalittico, quanto sul controllo di una tecnologia che potrebbe definire il prossimo ciclo industriale. È diventato più facile immaginare un’intelligenza artificiale che stermina l’umanità che discutere seriamente chi controllerà l’intelligenza artificiale, attraverso quali infrastrutture e soprattutto in quale mercato. La preoccupazione non nasce dal nulla: test recenti hanno rivelato vulnerabilità nei sistemi di sicurezza, e aziende come OpenAI hanno riconosciuto la necessità di rallentare l’aumento delle capacità dei modelli più avanzati. Tuttavia, il dibattito si trasforma in una battaglia per il potere, con implicazioni economiche e politiche profonde.
Un rischio reale e una regolamentazione che serve gli interessi
La preoccupazione per la sicurezza dell’IA non è solo un’altra catastrofista isteria. Le aziende stesse, come OpenAI e Anthropic, hanno riconosciuto la necessità di un controllo più rigoroso. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un intervento in cui chiede esplicitamente di rallentare l’aumento delle capacità dei modelli più avanzati. Tuttavia, questa richiesta non è solo un atto di responsabilità tecnologica, ma anche una strategia per influenzare le normative. La regolamentazione, se applicata a tutti i grandi laboratori, potrebbe creare un sistema in cui solo le aziende più grandi e ben finanziarie possono rispettarla, aumentando così la concentrazione del potere.
La regolamentazione può diventare una risorsa per chi ha il potere economico. Il dibattito sull’IA non è solo un’altra discussione filosofica, ma una battaglia per chi controllerà il futuro. La tecnologia, come ogni innovazione, porta con sé nuovi rischi, ma anche nuove opportunità. Il problema non è se l’IA possa distruggere l’umanità, ma chi ne controllerà lo sviluppo e come si distribuirà il potere.
La sinistra tecnofobica e il conservatorismo progressista
La sinistra, che ha sempre denunciato il potere delle Big Tech, sembra ora accettare che siano proprio queste aziende a stabilire le regole per la governance dell’IA. Il dibattito progressista si concentra su una difesa della sicurezza, ma non si chiede chi dovrà controllare la tecnologia. La tecnologia va bene finché non destabilizza troppo rapidamente gli equilibri esistenti; quando comincia ad aprire possibilità non ancora pienamente controllabili, viene immediatamente tradotta nel lessico del rischio, dell’emergenza e della tutela.
La tecnologia va bene finché non destabilizza troppo rapidamente gli equilibri esistenti. Il risultato è un conservatorismo tecnologico progressista: la tecnologia va bene finché non destabilizza troppo rapidamente gli equilibri esistenti. La cultura che vorrebbe criticare lo status quo riesce facilmente a immaginare la macchina che conquista il mondo. Sembra molto meno interessata a immaginare una struttura tecnologica diversa da quella dominata da quattro o cinque colossi capaci contemporaneamente di costruire l’IA e di scrivere le regole con cui l’IA dovrà essere governata.
A Pechino, non si aspetta l’avvento di Skynet, ma si vuole garantire che la tecnologia rimanga sotto il controllo nazionale. Il piano “AI Plus” mira a integrare l’intelligenza artificiale in ogni settore, con l’obiettivo di raggiungere una diffusione del 70% entro il 2027. La Cina non aspetta l’avvento di Skynet, ma vuole garantire che la tecnologia rimanga sotto il controllo nazionale. Il Giappone, invece, propone una governance responsabile e agile, con regole che si adattano all’evoluzione tecnologica. Entrambi, però, non si concentrano sul rallentamento, ma sulla capacità di rimanere competitivi.



