Una 29enne pakistana, ricercatrice in Italia, ha denunciato minacce di morte da parte della famiglia per il rifiuto di un matrimonio combinato. La giovane, che vive a Trieste da due anni per un dottorato, ha scelto di farsi sentire e di cercare protezione internazionale per evitare un ritorno in patria che potrebbe costarle la vita. La sua storia, raccontata al quotidiano Il Piccolo e ripresa da Tgcom24, ha suscitato preoccupazione e solidarietà.
Minacce di morte per il rifiuto del matrimonio
La donna ha rivelato che la famiglia in Pakistan aveva già predisposto una macchina per costringerla a sposarsi con un uomo sconosciuto. Gli zii, considerati padroni assoluti all’interno della struttura familiare e del sistema di caste, hanno minacciato di ucciderla se avesse rifiutato. «Ti tagliano la gola, ti strangolano o ti avvelenano» ha detto, riferendosi a un caso simile avvenuto a una sua amica. La giovane ha raccontato che la sua opposizione al matrimonio combinato è stata vista come un crimine, e le ritorsioni sono state dirette anche verso la madre e il nonno, accusati di aver appoggiato le sue aspirazioni di studio e emancipazione.
La sua scelta di fuggire è un atto di ribellione e di speranza. La ricercatrice ha deciso di lasciare il Pakistan e di cercare rifugio in Italia, dove si sente libera e si fida delle leggi. «Qui sono libera e mi fido delle leggi italiane», ha dichiarato. Ha intenzione di presentare domanda di protezione internazionale per evitare che il ritorno in patria si trasformi in una condanna a morte. La sua storia ricorda il tragico caso di Saman Abbas, un’altra donna pakistana uccisa per il rifiuto di un matrimonio forzato.
Un contrasto tra civiltà e tradizioni
La donna ha espresso la sua convinzione che il contrasto tra le conquiste di civiltà e l’arretratezza di certe consuetudini oscurantiste non possa trovare accoglienza. «Legge morale e diktat societari che soffocano la dignità e la vita delle donne non hanno ragione d’essere», ha detto. La sua esperienza rappresenta un caso emblematico di come il patriarcato e le tradizioni oppressive possano minacciare la libertà delle donne, anche a distanza. La sua lotta per la libertà è un simbolo di resistenza. La ricercatrice pakistana, con la sua storia, ha scelto di rompere il silenzio e di denunciare le minacce ricevute. La sua decisione di fuggire e cercare asilo è un atto di ribellione e di speranza. La sua domanda di protezione internazionale potrebbe segnare un passo importante nella sua lotta per la sopravvivenza e per la sua autonomia.



