La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una nuova misura che impone a Donald Trump di mettere fine alla guerra in Iran o richiedere l’autorizzazione del Congresso. L’approvazione, avvenuta con 220 voti a favore e 204 contro, rappresenta la terza volta in cui la Camera ha chiesto al presidente USA di interrompere le operazioni militari contro l’Iran. Sette deputati hanno votato con i democratici, nonostante la maggioranza repubblicana. L’approvazione arriva a 49 giorni dalle elezioni di metà mandato, e non è chiaro se il presidente valuterà la misura prima di novembre.
Teheran rifiuta dialogo con USA dopo dichiarazioni di Trump
Il capo del massimo organo di sicurezza iraniano, Mohsen Rezaei, ha respinto ogni ipotesi di dialogo con gli Stati Uniti dopo che Trump aveva espresso apertura al colloquio. “Nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni dell’Iran. Punto!” ha dichiarato Rezaei. Teheran continua a ribadire le stesse richieste per porre fine alla guerra: lo stop ad ogni aggressione, il risarcimento dei danni di guerra, la revoca del blocco a Hormuz e lo sblocco dei beni congelati all’estero.
La Difesa ha confermato la carenza di munizioni legata alla guerra in Medio Oriente, negata a più ripete dall’amministrazione USA. Il rapporto dell’Ispettore generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l’operazione Epic Fury abbia costato circa 33,4 miliardi di dollari. Di questi, ben 22,3 sono stati spesi per le munizioni, causando “carenze nelle scorte strategiche” e rivelando “colli di bottiglia all’interno delle industrie di rifornimento”. La guerra ha danneggiato centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi nella regione mediorientale, con quattro F-15 distrutti, un F-35 e sette aerei cisterna KC-135 danneggiati, oltre a 30 droni d’attacco MQ-9 Reaper mandati in pezzi.
Tensioni regionali e rischio di chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb
Intanto, il Medio Oriente è in fibrillazione per gli sviluppi in Yemen. La chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb avrebbe conseguenze “catastrofiche”, ha messo in guardia il Qatar. Anche se gli Houthi continuano a rassicurare che “la navigazione resta sicura”, i combattimenti non si placano, con almeno 13 nuovi raid sauditi su Taiz e i ribelli Houthi che per la prima volta hanno fatto scattare l’allarme nel luogo più sacro dell’Islam, La Mecca.
Il principe Mohammed bin Salman ha incontrato il presidente egiziano per rafforzare la cooperazione regionale. L’uomo forte di Riad è volato al Cairo per parlare col presidente Abdel Fattah Al Sisi. I due leader hanno sottolineato il “comune impegno a garantire la libertà e la sicurezza della navigazione marittima a Hormuz, Bab el-Mandeb e nel Mar Rosso”. Nell’ombra si è mosso anche Israele, che ha dato assistenza d’intelligence a Riad attraverso il CentCom americano, per supportare i sauditi senza farsi coinvolgere direttamente in un altro fronte militare.
La situazione si complica ulteriormente con la mediazione cinese, che cerca di trovare un accordo sottotraccia. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sarà mercoledì a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, Wang Yi. L’incontro precede di poco la visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, per il vertice della prossima settimana con Trump. Il summit avrà un posto di rilievo nella guerra in Medio Oriente e nelle interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz.



