A Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, un cittadino italiano di origine pakistana ha presentato al Comune un documento ufficiale del governo del Punjab, una delle regioni più popolose del Pakistan, che certifica il divorzio islamico attraverso il talaq. L’uomo, residente in Italia, chiede che l’atto venga registrato, in modo da risultare a tutti gli effetti divorziato. La richiesta, però, ha suscitato perplessità e opposizione da parte dei funzionari comunali, che hanno ritenuto il procedimento contrario all’ordine pubblico italiano.
Secondo la legge islamica, il divorzio non esiste: esiste il ripudio, chiamato talaq. L’uomo pronuncia tre volte la parola «talaq», e il matrimonio è sciolto senza il consenso della donna, senza il suo parere e senza la sua presenza. Questa pratica, contraria alla Costituzione italiana e alla civiltà occidentale, è considerata illegale nel nostro Paese. Il ministero dell’Interno ha chiarito che il talaq rappresenta una fattispecie contraria all’ordine pubblico e che, in caso di richiesta di registrazione di un divorzio estero, deve essere rifiutato.
La legge italiana non riconosce il talaq come forma legittima di divorzio.
Il caso di Monfalcone ha messo in luce come, nonostante le normative esistenti, ci siano comuni che accettano senza eccezioni i documenti emessi in Paesi stranieri, anche se contrari ai principi fondamentali del nostro ordinamento. Questo fenomeno ha suscitato preoccupazioni, soprattutto per le donne, che potrebbero trovarsi in situazioni di vulnerabilità. Un precedente giudiziario ha confermato l’applicazione del talaq in Italia. La Corte d’Appello di Cagliari, nel 2008, ha condannato un Comune per non aver accettato il ripudio islamico, ritenendolo compatibile con l’ordine pubblico italiano. La sentenza ha reso evidente come il ripudio islamico stia entrando nelle istituzioni italiane, senza che nessuno lo contesti apertamente.
Il ripudio islamico non è solo un problema legale, ma anche un tema sociale e culturale.
La situazione ha suscitato molte domande, tra cui: dove sono le femministe? Dove sono le donne che si indignano contro il patriarcato? Perché un istituto barbaro come il ripudio entra nelle nostre istituzioni senza che nessuno dica niente? Perché accettiamo che vengano applicate leggi inaccettabili? Perché lasciamo che la sharia entri, poco a poco, nel nostro Paese? Queste domande rimangono senza risposta, ma il caso di Monfalcone ha messo in luce un problema di fondo: la diffusione di pratiche straniere non in linea con i valori italiani.
Il caso del cittadino pakistano a Monfalcone rappresenta un esempio concreto di come il ripudio islamico possa entrare in Italia, nonostante le leggi e le normative esistenti. La questione solleva preoccupazioni non solo per le donne, ma anche per la coerenza con i principi della Costituzione italiana. Mentre si cercano soluzioni, il dibattito pubblico continua a chiedere maggiore attenzione e controllo su queste pratiche, che potrebbero influenzare la vita quotidiana di migliaia di cittadini.
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