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venerdì 18 Settembre 2026

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Cultura

Alberto Cortés, l’arte di essere visto e non raccontato

Alberto Cortés presenta “El corazón de Ester”, un’esperienza teatrale che esplora la devozione e l’amore attraverso la pura presenza scenica.

Alberto Cortés, con il suo spettacolo El corazón de Ester, propone un’esperienza teatrale che non si basa su storie, ma su una pura presenza. L’artista spagnolo, noto in tutta Europa per il festival Short Theatre, ha portato in scena un lavoro che si distingue per la sua capacità di coinvolgere il pubblico in una relazione affettiva senza raccontare. L’opera, che ha visto due spettacoli a Short e un altro in prima nazionale alle Passioni di Modena, si sviluppa attraverso una grammatica del teatro che non si basa su sviluppi narrativi, ma su una connessione diretta tra l’artista e il pubblico.

La devozione e la sua stanchezza

La sostanza del lavoro di Cortés è il suo corpo, in uno stato di presenza totale che va oltre l’identità. L’artista, con il suo magnetismo, non si concede un secondo di distrazione, e il pubblico, a sua volta, può decidere se cercare qualcosa che non troverà, o concedersi l’esperienza di una relazione amorosa. Il tema della devozione, che attraversa da tempo il lavoro di Cortés, è messo in primo piano grazie all’invenzione di Ester, una figura che simboleggia la stella destinata a brillare e a consumarsi. La devozione, il consegnarsi all’altro, il desiderio di offrirsi, la dipendenza dalla risposta degli altri e la stanchezza che questa esposizione produce sono tutti elementi che coinvolgono il pubblico nella stessa economia affettiva che appartiene alla relazione amorosa.

Un manoscritto e una storia senza fine

L’innesco dell’opera è un misterioso manoscritto, immaginato come un testo firmato da una certa Ester, giovane donna animata da un fervore quasi religioso. I diari e le poesie contenuti in questo testo raccontano una forma d’amore smisurata, una dedizione agli amati che lentamente la consuma, finché un giorno Ester scompare dal villaggio senza lasciare traccia. La drammaturgia vera e propria rivela una costellazione di presenze, con voci come Emily Dickinson, le sorelle Brontë, Simone Weil, María Zambrano e Anne Carson che si infiltrano nel testo originale.

Cortés non racconta questo amore, ma lo parla dalla sua condizione interna. L’esperienza teatrale si sviluppa attraverso una scrittura lirica molto precisa, in cui non si afferma mai niente, ma si fa fiorire ogni senso possibile dalle immagini. L’amore, ossessivamente presente nel lavoro di Cortés, è un tema che va oltre l’omosessuale, e si rivolge al nostro amore, come ci pare. L’amore come stato alterato, capace di alterare la percezione, è una costante nel lavoro dell’artista, che non cerca mai di spiegarlo, ma cerca una lingua non letterale che restituisca l’esperienza prima che diventi discorso.

La stessa permeabilità appartiene al corpo in scena, e basta pochissimo perché questo sembri trasformarsi nella cosa che nomina. In un passaggio di Analphabet, un corpo ferito percorre una prateria al galoppo, ma la sorpresa è che Cortés è insieme la persona ferita, il cavallo e la prateria stessa. Ed è perfettamente credibile che sia così. Il miracolo della pura presenza, che non è un miracolo ma è quello che una volta chiamavamo performance, è il cuore del lavoro di Cortés.

Con El corazón de Ester, Cortés continua a esplorare il tema dell’amore e della devozione, ma lo fa attraverso una forma di teatro che non si basa su racconti, ma su una connessione diretta e intensa con il pubblico. L’esperienza è un invito a lasciarsi attraversare dalla vita in tutte le sue correnti più travolgenti, e a non cercare mai qualcosa che non troveremo, ma a concederci l’esperienza di una relazione amorosa in cui ci trascina con la sua voce leggera, i suoi movimenti suadenti, le sue guance rosate e il suo sguardo dolce e perturbante.

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