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giovedì 17 Settembre 2026

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Cultura

L’arte che non parla e non si legge

L’opera di Monia Ben Hamouda esplora il vuoto del significato e la tensione tra forma e linguaggio.

Monia Ben Hamouda ha creato un’opera che non parla, non si legge e non si spiega. L’installazione “Aniconism as Figuration Urgency” si presenta come un deserto di sabbia, pigmenti e spezie che si arrampica lungo le pareti di una sala, lasciando libero un camminamento centrale. Due sculture sospese dominano lo spazio, un’altra ci accoglie fuori. Non è un’opera che si osserva, ma una che si attraversa, un’esperienza fisica e sensoriale che sfida ogni tentativo di interpretazione.

Un linguaggio che resiste al significato

Ben Hamouda evoca un silenzio e un vuoto politici, che sembrano l’immagine più giusta per essere l’ultima. L’opera non si basa su un racconto, ma su una tensione tra l’assenza di significato e la ricerca di forma. La scultura “Nor II (Transhistorical)” è un arcipelago di elementi in legno di betulla, con inserti di alluminio, ottone e vetro, dai contorni frastagliati che evocano un sistema di terre emerse, ma senza corrispondenza a una geografia esistente. Sulla sua superficie, i segni incisi rivelano l’interpretazione della calligrafia araba, ma non si leggono.

La trappola del significato

La trappola del significato è il tema centrale dell’opera. Ben Hamouda spiega che c’è un interesse per il linguaggio che cambia in tempo di crisi, e nello specifico c’è un riferimento alla poesia Najdi, una poesia vernacolare nata nella penisola arabica prima dell’avvento dell’Islam, usata per comunicare ma anche per dichiarare guerra. L’artista si interessa ai materiali che hanno un significato, come le spezie, che hanno contribuito a plasmare uno specifico assetto geopolitico.

La sua pratica si basa su una tensione dialettica tra la tradizione dell’aniconismo islamico, dove il rifiuto della rappresentazione figurativa ha spinto verso l’astrazione geometrica e calligrafica, e la spinta irresistibile nel ricercare la forma. Le sculture, sospese, proiettano ombre oblique sulla sabbia e sul muro, contribuendo alla dimensione ambientale del lavoro. L’evocazione del deserto è resa più vivida dalla presenza di lampade dalla luce ambrata che scaldano l’ambiente.

Ben Hamouda non illustra il fraintendimento, lo costruisce. Davanti all’opera restiamo sospesi tra il voler leggere e il non poterlo fare, un’esperienza fisica, non solo concettuale. Le lampade scaldano l’aria, le spezie la profumano, il corpo si muove tra le sculture cercando un senso che non arriva mai per via testuale, ma per accumulo sensoriale. Il significato, se c’è, si produce nello spazio stesso, non nel segno. È un lavoro che non spiega, si abita.

La sua opera “Nor” è un’altra espressione di questa tensione. Il titolo non lascia dubbi, o forse ne lascia molti. L’opera evoca una negazione, una gestualità violenta che ha sparso cenere, caolino e spezie sull’intera superficie dell’opera e sulle pareti intorno, colorando tutto di rosa, arancio e bruno. Una gestualità antichissima, di protesta, che è un altro modo di comunicare, di rompere il silenzio. La pratica di Ben Hamouda si basa sull’incertezza, un canale che conduce all’indicibilità. L’atto comunicativo, il dire, qui conduce altrove, verso l’indicibile o quanto meno il “non del tutto dicibile,” e questo è piacevolmente sorprendente. L’approccio di Ben Hamouda è sempre in ascolto dello spazio che lo accoglie e dello sguardo che lo coglie, e produce una gravità e un mistero a cui la pura intellettualizzazione non può avvicinarsi.

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