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Le comunità energetiche in Italia si bloccano per la burocrazia, non per l’energia

Le comunità energetiche in Italia si trovano bloccate non per l’energia, ma per la burocrazia. Come ha scritto la cooperativa ènostra, uno dei soggetti più impegnati in questo processo, «oggi il vero collo di bottiglia per le comunità energetiche non è l’energia, è la burocrazia». Il problema non è solo amministrativo, ma anche politico: si è deciso di rendere la vita difficile ai cittadini se il meccanismo poteva funzionare in modo più semplice. Le comunità energetiche, uno strumento virtuoso concepito dall’Unione europea otto anni fa per favorire la transizione alle rinnovabili, si infrangono sulle regole italiane, diventando un paradigma di ostacoli amministrativi.

Un sistema che ostacola la partecipazione civile

Le comunità energetiche sono un insieme di cittadini, imprese e enti locali che si organizzano per produrre energia da fonti rinnovabili e condividerne i benefici. A parole, piacciono a tutti, anche in un contesto polarizzato come quello italiano, dove si discute su impianti grandi o su auto elettriche. Tuttavia, la macchina amministrativa rischia di diventare il principale ostacolo. Giovanni Montagnani, fondatore di una comunità sul Lago Maggiore, spiega che per ogni utente serve consegnare la targhetta della batteria, che di solito è nascosta e va smontata, e tutte le foto dell’impianto, i codici di ogni pannello. Per i 5 GW previsti dal decreto, vorrebbe dire dodici milioni di codici da controllare uno per uno. Se c’è un errore, la pratica si blocca.

La burocrazia rende impossibile la partecipazione attiva. Il risultato è migliaia di pratiche inevase su tempi diventati ingestibili. La cooperativa ènostra ha sottolineato che «il paradosso è che mentre i cittadini chiedono di partecipare alla transizione con le comunità, la macchina amministrativa rischia di diventare il principale ostacolo». In Italia ci sono circa 4.800 comunità energetiche per un totale di 51mila membri: poco più di dieci ciascuna, numeri troppo bassi per avere un impatto sociale significativo. Secondo ènostra, i numeri potrebbero essere fino a tre-cinque volte superiori se la partecipazione fosse più semplice.

Un sistema lento e incoerente

Questo effetto politico di scoraggiamento colpisce i più motivati, quelli che dedicano tempo e risorse personali a una comunità. Come spiega Gianluca Ruggieri, presidente di ènostra: «Si va a ridurre la fiducia nelle istituzioni ma soprattutto nella transizione stessa. Le comunità energetiche sono una delle poche cose che in teoria piacciono a tutti, trasversalmente agli orientamenti, ed è notevole in un contesto in cui è tutto polarizzato. Eppure questo patrimonio si infrange su un collo di bottiglia di documenti e burocrazia. Non voglio fare processi alle intenzioni, ma che motivo c’era di rendere tutto così difficile?».

La lentezza ostacola la crescita e l’efficienza. La Rete nazionale delle Cer ha ottenuto un incontro con il Gse, il Gestore dei servizi energetici, che si è impegnato a dare rapido riscontro alle pratiche e a ridurre gli adempimenti necessari. A Domani spiegano di «essere consapevoli che le comunità sono composte prevalentemente da cittadini, associazioni e piccole realtà territoriali e che possono avere bisogno di un’assistenza maggiore rispetto a soggetti più strutturati». Solo nei prossimi mesi si capirà se le cose andranno meglio, ma questa risposta fa capire che il problema non è solo amministrativo, è anche politico.

Le comunità energetiche stanno diventando uno dei paradossi più evidenti della transizione italiana, che è fatta di due tipi di processi. Da un lato i grandi impianti, in fase di rallentamento e lontani dagli obiettivi fissati dal governo stesso, anche per le opposizioni nei territori. Dall’altro quelli piccoli e dal basso, che piacciono ai cittadini (c’è stato un boom di richieste) ma sono un incubo nelle modalità amministrative.

Alessandro de Luca

Segue la cronaca e le storie del territorio con attenzione ai fatti concreti e alle notizie vicine alle persone.

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