Lo scontro tra Sudafrica e USA si intensifica a causa della controversia sulla legge sugli espropri, un tema che riapre le ferite dell’apartheid e alimenta tensioni diplomatiche. L’Expropriation Act numero 13 del 2024, approvato e pubblicato ma non ancora entrato in vigore, è al centro di un dibattito internazionale. Washington accusa Pretoria di perseguire politiche discriminatorie, mentre Pretoria sostiene che siano necessarie per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato. La situazione si complica ulteriormente con le nuove restrizioni sui visti per cittadini sudafricani ritenuti responsabili di discriminazioni razziali.
L’Expropriation Act, destinato a sostituire la normativa dell’apartheid, prevede l’esproprio di proprietà per uno scopo pubblico, ma non autorizza una confisca generalizzata delle aziende agricole appartenenti ai bianchi. L’articolo 25 della Costituzione sudafricana stabilisce che l’esproprio è ammissibile solo in presenza di presupposti specifici e prevede un indennizzo “giusto ed equo”. La legge, tuttavia, ha suscitato critiche per l’articolo 12, comma 3, che in alcune circostanze potrebbe escludere l’indennizzo. Le ipotesi indicate riguardano terreni non utilizzati, proprietà abbandonate o con valore inferiore a investimenti ricevuti.
La legge non permette confisca generalizzata, ma alcune disposizioni suscitano preoccupazioni. L’articolo 31 rinvia la sua entrata in vigore a una proclamazione presidenziale che non è ancora stata emanata. La stessa disposizione consente di stabilire date differenti per l’applicazione delle diverse parti della legge. Continua quindi a essere applicata la precedente legge sugli espropri del 1975 e nessun terreno può essere espropriato sulla base del nuovo testo. Anche Reuters ha precisato che fino a quel momento nessun terreno era stato espropriato.
Washington considera alcune misure sudafricane discriminatorie, mentre Pretoria le vede come necessarie per affrontare gli effetti economici di secoli di colonialismo e apartheid. La controversia si estende a politiche di riequilibrio economico su base razziale, la causa per genocidio contro Israele e i rapporti con Russia e Iran. L’amministrazione di Donald Trump ha presentato la legge come prova di una politica ostile alla minoranza bianca, ma il governo di Cyril Ramaphosa la vede come strumento per ridurre le disuguaglianze.
Le politiche di riparazione storica sono viste come necessarie ma contestate. La coalizione di governo, pur assicurando continuità all’esecutivo, rimane divisa su diverse politiche economiche e sociali, tra cui la riforma agraria. La tensione si è aggravata il 7 febbraio 2025, quando Trump ha ordinato di sospendere l’assistenza statunitense al Sudafrica e di favorire il reinsediamento negli USA degli afrikaner ritenuti vittime di discriminazioni. Pretoria ha respinto le accuse di persecuzione e ha criticato la scelta di privilegiare una comunità con condizioni economiche e occupazionali migliori rispetto alla maggioranza nera.
Nel marzo 2025, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore sudafricano Ebrahim Rasool, accusandolo di ostilità verso Trump. Pretoria ha definito la decisione deplorevole, ma ha ribadito la volontà di preservare il rapporto bilaterale. Un tentativo di dialogo è stato lanciato nell’aprile 2026, quando Ramaphosa ha nominato Roelf Meyer, ex negoziatore durante la transizione democratica, come ambasciatore negli USA. La scelta è stata interpretata come un tentativo di ristabilire un canale politico stabile con Washington. Le restrizioni sui visti annunciate da Rubio indicano però che le divergenze rimangono profonde. La controversia sulla terra si è trasformata in un confronto più ampio sulla legittimità delle politiche sudafricane di riparazione storica. La legge sudafricana è al centro di un procedimento davanti all’Alta Corte del Capo Occidentale, con ricorrenti tra cui Alleanza democratica e AfriForum. Il governo difende la legge come coerente con la Costituzione, necessaria per sostituire la normativa dell’apartheid.
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