Il presidente USA, Donald Trump, ha dichiarato che gli Stati Uniti devono rimanere leader nell’Intelligenza Artificiale, ma Marco Bentivogli, esperto di AI e innovazione, ha sottolineato che l’allarme lanciato dalle big tech non è una confessione di debolezza, ma una dimostrazione di potenza. Secondo Bentivogli, i CEO come Amodei, Altman e Musk usano l’attenzione mediatica per promuovere i loro prodotti, creando una paura che giustifica l’acquisto immediato. L’obiettivo non è solo tecnologico, ma finanziario: i problemi etici servono a coprire i deficit economici delle aziende.
La paura come strumento di vendita
“Dire che a breve l’AI non sarà più controllabile non è una confessione di debolezza. È una dimostrazione di potenza”, ha spiegato Bentivogli. L’idea è che l’annuncio di un rischio globale serve a creare una percezione di urgenza, che spinge il mercato a comprare prima che sia troppo tardi. Questo approccio, spiega, è simile a come si promuove la sicurezza o la salute: la paura certifica la potenza e giustifica il prezzo. L’annuncio della catastrofe è la migliore campagna pubblicitaria mai concepita, con il vantaggio di essere gratuita e amplificata ogni giorno dai media.
La guerra tecnologica tra USA e Cina
La competizione tra Stati Uniti e Cina nell’ambito dell’AI è diventata una battaglia di potere, non solo tecnica. Bentivogli ha sottolineato che le dichiarazioni di allarme non sono false, ma interessate. Chi dichiara pubblicamente il pericolo si accredita come l’unico in grado di gestirlo e chiede alla politica di proteggere la propria rendita. La battaglia si svolge su regole, dati, infrastrutture e controllo. La Cina, con i suoi modelli open weights, cerca di azzerare la rendita dei modelli chiusi, mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere il controllo su standard e tecnologie.
“La Cina non può battere gli americani sulla rendita dei modelli chiusi, quindi cerca di azzerarla per tutti, come fece Google con Android”, ha spiegato Bentivogli. La strategia cinese è di regalare i pesi, conquistando lo standard. La competizione non è solo tra modelli, ma tra sistemi produttivi. Chi vince non è chi possiede il modello più grande, ma chi trasforma la tecnologia in produttività, salari e beni pubblici.
La mancanza di adozione in Europa
Secondo Bentivogli, l’Europa rischia di restare spettatore della competizione tra USA e Cina. Il rischio maggiore non è il ritardo, ma l’adesione passiva a un modello industriale deciso altrove. L’adozione dell’AI in Italia è ancora bassa: il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti usa almeno una tecnologia di AI, ma il divario con la media europea è significativo. La mancanza di competenze e di infrastrutture è un problema grave.
“Chi stiamo addestrando mentre lavoriamo? Milioni di imprese e lavoratori usano ogni giorno AI in cloud. Ogni prompt, ogni documento caricato, ogni correzione è materiale che alimenta i modelli futuri del fornitore”, ha sottolineato Bentivogli. L’impresa paga per usare l’AI e nello stesso tempo le regala il proprio sapere. Il know-how di processo, il linguaggio di settore, i casi risolti e gli errori corretti dagli esperti migrano oltreoceano senza che nessuno abbia deliberato di cederli. La strada europea esiste, ma è diversa. Non si tratta di sovranità piena, ma di indipendenza relativa. Servono infrastrutture, capacità di calcolo, competenze industriali e la capacità di passare rapidamente a modelli open weights installati in casa. L’obiettivo non è sostituire le superpotenze dell’AI, ma negoziare con loro. L’errore più grave non è tecnologico, ma di cultura manageriale e politica.



