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sabato 19 Settembre 2026

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Lavoro e scuola

Il quiet quitting non è una difesa, ma una rinuncia a sé stessi

Il quiet quitting non è una forma di autodifesa, ma una rinuncia che impoverisce chi lo pratica.

Il quiet quitting, fenomeno che si diffonde come una forma di resistenza contro il lavoro disfunzionale, non è una difesa ma una rinuncia a sé stessi. Secondo un’analisi approfondita, questa pratica non solo riduce il coinvolgimento professionale, ma anche la qualità della vita personale. L’Italia, pur superando la media europea, si colloca comunque al 18 per cento di coinvolgimento, il valore più basso su scala globale. Il 47 per cento dei lavoratori italiani segnala stress insostenibile, mentre il 23 per cento dichiara di provare tristezza durante le attività quotidiane. Spegnere la vita professionale equivale a soffocare la propria vita.

Un fenomeno che si traduce in costi economici

La disconnessione dal lavoro ha conseguenze non solo psicologiche, ma anche economiche. Il costo globale del quiet quitting nel 2025 è stato stimato a 8,9 trilioni di dollari, un’imposta nascosta sulla crescita mondiale che consuma il 9 per cento del PIL. In Europa, il coinvolgimento della forza lavoro si attesta al 13 per cento, il valore più basso su scala globale. Mentre gli Stati Uniti e il Canada mantengono un tasso di coinvolgimento del 33 per cento, l’Italia si colloca al 18 per cento, un dato che non basta a giustificare la disillusione. La maglia nera del mercato appartiene all’Europa.

La colpa non è solo del management

Spesso, i lavoratori si scusano dicendo che la colpa è del capo o di un management tossico. Tuttavia, riconoscere la disfunzione del management non è sufficiente a giustificare un spegnimento totale. La qualità della leadership determina il 70 per cento della varianza del coinvolgimento di un team, ma utilizzare questa disfunzione come alibi per oscurare la propria luce professionale è un errore. Il quiet quitting non è una forma di ribellione, ma una rinuncia che impoverisce chi lo pratica.

La disillusione sul lavoro non è solo un problema individuale, ma un sintomo di un sistema che non valorizza la crescita personale e professionale. Il quiet quitting, se non viene affrontato con una revisione delle pratiche aziendali, rischia di diventare una forma di auto-sabotaggio. Per smettere di avallare narrazioni stolte, è necessario riconoscere che il disimpegno non è una difesa, ma una rinuncia a sé stessi. Il quiet quitting è una rinuncia che impoverisce anzitutto chi la pratica.

Il fenomeno del quiet quitting si accompagna a una riduzione del coinvolgimento professionale, con dati che indicano un calo sistematico a livello globale. Nel 2025, il tasso di coinvolgimento si è attestato al 23 per cento, con una perdita di tre punti percentuali in tre anni. Ogni punto percentuale equivale a circa 21 milioni di individui, il che significa che 63 milioni di persone hanno azzerato l’investimento emotivo e professionale verso il datore di lavoro. Questo declino ha costi economici enormi.

La situazione in Italia, pur se migliore rispetto alla media europea, rimane preoccupante. Il 18 per cento di lavoratori si sente coinvolto, un valore inferiore a quelli di altri Paesi. Il 47 per cento dei lavoratori italiani segnala livelli insostenibili di stress, mentre il 23 per cento dichiara di provare tristezza durante le attività quotidiane. Questi dati evidenziano una crisi di coinvolgimento che non può essere risolta solo con scuse o alibi. Il quiet quitting non è una forma di autodifesa, ma una rinuncia a sé stessi.

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