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domenica 20 Settembre 2026

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Cultura

Chiara Picciocchi: «Non trasformare l’Europa in una promessa che non possiamo garantire»

Chiara Picciocchi, mediatrice culturale sulla Life Support, racconta l’esperienza con i minori migranti e la necessità di proteggere la loro speranza.

Chiara Picciocchi, mediatrice culturale a bordo della nave di soccorso Life Support di Emergency, racconta l’esperienza quotidiana con i migranti soccorsi nel Mediterraneo. «C’è una cosa che considero molto importante con i minori: non trasformare l’Europa in una promessa che non possiamo garantire», dice. Il lavoro di Picciocchi si svolge immediatamente dopo il soccorso, concentrando l’attenzione su una comprensione profonda delle persone, non solo sulle loro lingue. La sua missione è trovare le parole, rendere comprensibili gesti, paure e diritti, e permettere ai migranti, soprattutto ai minori, di tornare a essere semplicemente ragazzi, dopo essere stati costretti a sopravvivere come adulti.

La complessità umana dietro i numeri

«Nel dibattito pubblico parliamo spesso di numeri, sbarchi, flussi e statistiche», osserva Picciocchi. Tuttavia, a bordo della Life Support, non si incontrano categorie, ma persone con storie, paure e aspettative diverse. «La distanza più grande, secondo me, è che la parola “migranti” finisce per cancellare le persone», sottolinea. Le persone che incontra sono studenti, genitori, adolescenti, con passioni, sogni e progetti. «Hanno una storia molto più complessa di quella che immaginiamo, ma spesso hanno gli stessi sogni e ambizioni che avrebbe qualsiasi giovane di qualsiasi nazionalità», dice.

La fiducia si costruisce attraverso gesti e ascolto. «La fiducia non si costruisce chiedendo subito di raccontare», spiega Picciocchi. «Si costruisce attraverso semplici gesti: spiegare che sono al sicuro, informare su cosa succederà, ascoltare senza forzare. Anche rispettare il silenzio è una forma di ascolto. Per creare un rapporto di fiducia è fondamentale che le persone si sentano accolte e che, dopo quello che hanno vissuto, abbiano un punto di riferimento a bordo per ogni necessità», afferma.

Un lavoro di comprensione e protezione

«Le mediatrici e i mediatori a bordo della Life Support si occupano della tutela e del benessere delle persone soccorse. Essere mediatrice culturale significa molto più che tradurre una lingua in un’altra. Significa cercare di rendere comprensibili non solo le parole, ma anche le intenzioni, le regole, i comportamenti e tutto ciò che sta dietro a una comunicazione», spiega Picciocchi. La mediazione serve in entrambe le direzioni, tra le persone soccorse e l’equipaggio, per evitare incomprensioni e creare uno spazio in cui una persona possa sentirsi rispettata e riconosciuta.

La speranza deve essere protetta, non alimentata. «Come tutte le persone che incontriamo, i minori arrivano con una speranza enorme, e credo che il nostro compito sia proteggerla senza alimentare aspettative irrealistiche. In quel momento, forse, la cosa più importante che possiamo fare è permettergli di essere semplicemente un ragazzo/a, dopo essere stato costretto per troppo tempo a sopravvivere come un adulto», conclude Picciocchi.

Le esperienze che restano fuori dal racconto pubblico sull’immigrazione sono molte. «Il tema che ricorre più spesso è la lunghezza e la complessità del viaggio», dice Picciocchi. «Nel racconto pubblico tendiamo a ridurre tutto al momento della traversata del Mediterraneo, ma per moltissime persone quella traversata rappresenta soltanto un capitolo di un percorso iniziato mesi o anni prima. Spesso non è neanche l’ultimo. Ci sono persone che hanno attraversato diversi Paesi, spesso vivendo periodi di estrema precarietà, violenza, sfruttamento e detenzione. Ci sono persone che hanno perso amici o familiari lungo il percorso e che arrivano in Europa portandosi dietro un accumulo di esperienze difficili che non sempre riescono nemmeno a raccontare», racconta.

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