Il caso di Romina Del Gaudio, la 19enne sequestrata e uccisa ad Aversa nel 2004, potrebbe non chiudersi dopo 22 anni. Un Dna sospetto, trovato sul giubbino della vittima, ha riaperto le indagini e ha spinto i familiari a chiedere l’archiviazione del caso. La richiesta di riesumazione della salma della ragazza, insieme a nuove analisi su tracce biologiche, potrebbe portare a nuove scoperte. L’udienza camerale fissata al 9 novembre potrebbe decidere il destino dell’inchiesta.
Un Dna sospetto e nuove analisi
Le nuove tecniche di profilazione genetica hanno reso possibile l’astrazione di tracce biologiche lasciate dall’assassino. Sul giubbino di Romina sono state trovate tracce che hanno dato origine a un profilo genetico. Nonostante i riscontri non abbiano dato un match con un cittadino francese, il caso non è considerato chiuso. Gli avvocati dei familiari hanno chiesto di verificare anche tracce su un altro giubbino, trovato a pochi metri dal corpo della ragazza, e di riesumare la salma per ulteriori analisi.
Le tracce biologiche potrebbero rivelare nuovi indizi.
Il corpo di Romina non era deturpato da morsi di roditori, un dettaglio che ha suscitato interesse per le condizioni in cui era stato lasciato. L’analisi delle ossa del cavo orale o nella composizione pilifera potrebbe conservare tracce della mano assassina. L’istanza di riesumazione della salma è basata su un principio: il tempo trascorso non è un ostacolo, ma una possibilità. L’udienza camerale del 9 novembre potrebbe decidere se proseguire l’indagine o chiuderla.
La scena del delitto e il movente
Il 4 giugno 2004, Romina Del Gaudio fu vista per l’ultima volta lungo il corso principale di Aversa, dove lavorava come promoter. I titolari di una macelleria la avevano vista sporgersi verso l’esterno, come se attendesse qualcuno. Dopo 47 giorni, il corpo fu trovato in un bosco, con segni di una coltellata e due colpi di pistola al cranio. Il reggiseno era tagliato, indicando un movente sessuale. Il corpo non era deturpato da morsi di roditori, un dettaglio che ha suscitato interesse per le condizioni in cui era stato lasciato.
Un movente sessuale potrebbe essere alla base dell’omicidio.
Il corpo di Romina era adagiato nudo sui jeans a terra a mo’ di lenzuolo. I jeans non erano intrisi di sangue, indicando che la ragazza era stata uccisa in un altro posto e trasferita nel boschetto di notte. L’arma trovata sul luogo del delitto, una Rifle calibro 22, potrebbe essere legata a un soggetto con una storia simile a quella di un altro caso, quello di Virginia Fiore, che fu aggredita a Parete. I riscontri non hanno dato un match tra il camorrista e il Dna trovato sul giubbino di Romina, ma la sua cerchia di complici potrebbe essere oggetto di ulteriori indagini.
Un collaboratore di giustizia, Giovanni Cellurale, ha accusato un affiliato della camorra casertana, con cui ha condiviso la detenzione in due carceri diverse. Secondo le sue dichiarazioni, il gruppo aveva una copertura della camorra e godeva del silenzio omertoso del paese. Soggetti che potrebbero averci riprovato il giorno dopo ad Aversa, magari fingendo di offrire un contratto alla malcapitata promoter: uno di questi potrebbe aver lasciato una traccia sul giubbino di Romina. E tanto basta a non chiudere il caso. La richiesta di non archiviare il caso, avanzata dagli avvocati dei familiari, si basa su un principio: il tempo trascorso non è un ostacolo, ma una possibilità. L’udienza camerale del 9 novembre potrebbe decidere se proseguire l’indagine o chiuderla. Mentre i familiari attendono una risposta, il caso di Romina Del Gaudio rimane un esempio di come le nuove tecnologie possano rivelare verità nascoste dopo anni di silenzio.



