L’Italia perde ogni giorno 230 mila metri quadrati di suolo, un dato record negli ultimi dodici anni. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA-SNPA, nel 2024 il consumo di territorio è stato di 83,7 km², pari a 2,7 metri quadrati al secondo. Un ritmo di distruzione che non si ferma, ma si intensifica, coinvolgendo governi di ogni colore e amministrazioni locali. Il problema non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: buona parte del nuovo consumo si concentra in aree già classificate a pericolosità idraulica media o a rischio frana. La terra promessa, e cementificata, sta cambiando per sempre il volto del Paese.
Un consumo di suolo per interesse privato
Il consumo di suolo non è solo un fenomeno economico, ma anche una scelta politica e amministrativa. Mentre si parla di sostenibilità e transizione, il territorio viene spesso distrutto per necessità di cassa immediata. I Comuni, spesso alle prese con bilanci in rosso, scelgono di vendere il proprio territorio piuttosto che chiudere il bilancio. La burocrazia, spesso lenta e complessa, rende il riuso di strutture esistenti meno conveniente rispetto alla costruzione ex novo. Questo crea un incentivo perverso: il territorio viene consumato non per un reale bisogno abitativo o produttivo, ma per necessità di cassa.
Non è un’iperbole retorica: a Roma, capitale d’Italia, un tratto di pista ciclabile lungo circa 800 metri, realizzato con fondi pubblici e inaugurato con tanto di cerimonia, si è rivelato da subito un’autentica follia viaria, tanto che l’amministrazione locale ha dovuto approvare, mesi dopo, una mozione apposita solo per tentare di ricollegarlo a un luogo qualsiasi. Il miraggio dei fondi europei è stato spesso un pretesto per aprire cantieri in maniera irragionevole o del tutto sconsiderata: nuovi asili in comuni dove lascite calano da anni, strade asfaltate accanto a ferrovie dismesse e mai riattivate, piste ciclabili realizzate che non portano da nessuna parte.
Il risultato è un incentivo perverso: il territorio viene consumato non per un reale bisogno abitativo o produttivo, ma per necessità di cassa immediata.
La criminalità organizzata e il ciclo del cemento
Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia documentano un interesse crescente della criminalità organizzata per il ciclo del cemento e per i fondi del PNRR. Nel 2024, gli accessi ai cantieri legati al Piano hanno riguardato 53 cantieri, con il controllo di 231 imprese e 668 persone fisiche — un numero praticamente raddoppiato rispetto all’anno precedente. In Sicilia, nel Trapanese, l’inchiesta «Cemento sporco» ha riguardato un consorzio impegnato in appalti PNRR di riqualificazione urbana con la partecipazione occulta di soggetti legati alla criminalità organizzata locale.
Il consumo di suolo in Italia è anche una responsabilità diffusa e capillare: quella dei Comuni. Il 98% dei Comuni italiani ha consumato suolo nel 2024. Non uno su due, non i soliti noti delle grandi metropoli, ma quasi tutti: dal capoluogo di provincia alla frazione di poche centinaia di anime. La ragione è tanto semplice quanto strutturale: gli oneri di urbanizzazione e i proventi delle concessioni edilizie restano, per moltissimi piccoli Comuni italiani, una delle poche voci di entrata realmente disponibili per bilanci sempre più asfittici.
Approvare una nuova lottizzazione, per un sindaco alle prese con un bilancio che non chiude, è spesso l’unica leva rapida per finanziare un marciapiede, sostituire un tratto di fognatura o evitare il dissesto. Il risultato è un incentivo perverso: il territorio viene consumato non per un reale bisogno abitativo o produttivo, ma per necessità di cassa immediata. A questo si aggiunge una colpevole pigrizia urbanistica: migliaia di Piani Regolatori Generali italiani risalgono a decenni fa, mai aggiornati per riflettere il calo demografico o il patrimonio edilizio già sfitto e abbandonato presente sullo stesso territorio comunale.
Non basta fermare le ruspe: bisogna restituire alla natura lo spazio che le abbiamo tolto.
Non si può chiedere alle imprese di fermarsi in nome dei principi. L’economia ha i suoi bisogni: bisogna cambiare le regole del gioco, non l’etica di chi ci opera dentro. La proposta è semplice: rendere conveniente ciò che oggi non lo è. Il Governo dovrebbe introdurre una vera detassazione per chi recupera il patrimonio esistente, accompagnata da un dimezzamento reale dei tempi autorizzativi per bonifiche e cambi di destinazione d’uso. In parallelo, servono tasse raddoppiate per chi edifica su terreno vergine, sopratt



