Le startup italiane che raggiungono una valutazione superiore al miliardo di dollari sono sempre più numerose, anche se il settore rimane ancora in crescita lenta rispetto ad altri paesi europei. Tra le aziende che si avvicinano a questa soglia, Exein e Domyn emergono come esempi di successo tecnologico. La startup romana, fondata nel 2018 da Gianni Cuozzo, ha recentemente concluso un giro di investimenti da 270 milioni di dollari, portando la sua valutazione a 1,7 miliardi. Questo risultato è stato reso possibile grazie a una strategia innovativa che si concentra sulla sicurezza informatica per dispositivi connessi a internet, come elettrodomestici, automobili e telecamere di sicurezza.
Un settore in crescita ma con limiti
Secondo l’ultimo report annuale “Italian Tech Landscape”, pubblicato dall’osservatorio La Tech Made in Italy, fino allo scorso aprile gli unicorni in Italia erano nove. La crescita del settore è però accompagnata da sfide significative. L’Italia, pur avendo un settore tecnologico in costante evoluzione, rimane un mercato più piccolo rispetto a paesi come la Francia, il Regno Unito o la Svezia. La sola Francia, ad esempio, conta circa trenta unicorni, il triplo di quelli italiani. Questo gap è dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la burocrazia, un sistema fiscale non ottimizzato per le startup e una mancanza di una rete di investitori e venture capitalist sufficientemente sviluppata.
La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che, in Italia, la dimensione potenziale di un mercato e le sue possibilità di crescita sono inferiori rispetto ad altri paesi. Inoltre, manca una fitta rete di investitori, banche e venture capitalist che è invece presente negli Stati Uniti. Da una parte, gli investimenti aggregati ricevuti dalle startup italiane hanno raggiunto il loro picco nel 2022 e da allora risultano in flessione. Al tempo stesso, il panorama degli investitori attivi in Italia è diventato più vario e competitivo.
Le aziende che si distinguono
Oltre a Exein, altre startup italiane si sono distinte nel panorama tecnologico. Domyn, una startup milanese, si occupa di intelligenza artificiale (AI) e ha sviluppato sistemi indipendenti e «sovrani», con l’obiettivo di ridurre la dipendenza delle aziende statunitensi. L’azienda è parte di un consorzio che svilupperà un modello di AI open source per la Commissione europea. Altre aziende, come Satispay e Scalapay, appartengono alla categoria fintech, offrendo servizi di pagamento e finanziamento innovativi. Prima Assicurazioni, nata come insurtech, si occupa della gestione online delle assicurazioni e ha espanso la sua attività in diversi Paesi europei. Namirial, invece, si è specializzata in servizi per la gestione e l’autenticazione delle transazioni finanziarie digitali. Fondata nel 2000 a Senigallia, la società è oggi controllata da fondi internazionali.
Anche Facile, proprietaria di Facile.it, è in realtà controllata da un fondo di private equity, un aspetto che potrebbe escluderla formalmente dalla lista degli unicorni in senso stretto. Il caso più noto rimane però quello di Bending Spoons, azienda che ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di circa 24 miliardi di dollari dopo aver quotato in borsa a New York. Nonostante i limiti, il settore italiano mostra segni di ripresa. Secondo Matteo Aliotta, dirigente di LTV, i casi di Bending Spoons e Exein sono incoraggianti, anche se il focus istituziale sembra ancora legato a mercati tradizionali come turismo, edilizia e piccola e media impresa.
La crescita delle startup italiane dipende anche da una maggiore disponibilità di investimenti, con fondi come Vento, Italian Founders Fund e quelli stranieri che stanno contribuendo a un panorama più competitivo e diversificato. La combinazione di innovazione e strategia ha permesso a aziende come Exein di raggiungere valutazioni record, anche se il contesto nazionale resta un fattore limitante per la crescita del settore.



