L’Iran cerca di trovare alternative al blocco navale statunitense che ha ridotto drasticamente le sue esportazioni, ma le rotte terrestri non bastano a salvare l’economia del Paese. Il blocco, che ha impedito il transito di navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz, ha colpito duramente l’economia iraniana, riducendo il volume degli scambi commerciali e aumentando i costi logistici. Mentre il Paese cerca di spostare parte del commercio verso i confini terrestri, le code, le dogane e l’insufficiente infrastruttura stanno rendendo il trasporto via terra un’alternativa costosa e inefficiente.
Costi elevati e logistica in crisi
Secondo Majidreza Hariri, presidente della Camera di Commercio congiunta Iran-Cina, il costo di trasportare un container tra Iran e Cina via mare è di circa 3.000 dollari, mentre via terra il costo salirebbe a 12.000 dollari, quattro volte tanto. Questo aumento dei costi ha un impatto significativo sull’economia iraniana, che ogni anno vede transitare circa 2 milioni di container attraverso i porti meridionali. Hariri stima che il maggiore peso della logistica potrebbe tradursi in circa 18 miliardi di dollari di costi di trasporto aggiuntivi ogni anno.
Le rotte terrestri non sono una soluzione sostenibile per l’economia iraniana.
Le rotte terrestri, pur rappresentando un’alternativa per il trasporto di beni essenziali, non sono sufficienti a garantire una soluzione sostenibile. Al confine con il Turkmenistan, la mancanza di magazzini e di procedure adeguate di registrazione limita la capacità di movimentare merci su rotaia. Inoltre, gli scambi con la Turchia, che sono aumentati del 19% nella prima metà dell’anno, raggiungendo i 3,2 miliardi di dollari, non sono sufficienti a compensare la perdita delle rotte marittime. Le code si estendono per chilometri lungo i confini con Turchia, Pakistan, Afghanistan, Iraq e Turkmenistan. A un valico con la Turchia, 3.700 camion sono rimasti bloccati sul lato iraniano. Gli autisti devono attendere più di tre settimane prima di riuscire ad attraversare il confine, con conseguenze negative sull’approvvigionamento di beni essenziali e sull’inflazione, che ha raggiunto il 90%. Un camionista turco ha raccontato al Financial Times che, nel viaggio di ritorno, l’attesa alla frontiera può arrivare a 24 giorni.
Il paradosso dello Stretto di Hormuz
Mentre l’Iran fatica a esportare le proprie merci, gli altri produttori di petrolio del Golfo Persico stanno riuscendo a far transitare quantità crescenti di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante gli attacchi iraniani con droni e missili. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha dichiarato che negli ultimi due mesi le forze armate statunitensi hanno sostenuto il transito attraverso lo stretto di 1 miliardo di barili di petrolio, assistendo oltre 2.000 navi commerciali. Dopo la rimozione delle mine dalle principali rotte di transito, i volumi di petrolio greggio, merci e gas naturale liquefatto che hanno attraversato Hormuz hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi sei mesi.
La situazione economica iraniana si fa sempre più critica.
Per Teheran il risultato è paradossale: lo stretto che per anni ha rappresentato una delle principali leve strategiche del Paese continua progressivamente a riaprirsi al commercio regionale, mentre le esportazioni iraniane restano bloccate. Secondo Cooper, grazie al blocco americano l’Iran ha esportato “zero barili”. La situazione evidenzia una crisi economica profonda, con conseguenze che si fanno sentire non solo sul mercato interno, ma anche sulle relazioni internazionali.



